Zero contagi in discoteca con 2.700 persone. Ok a riapertura a luglio con green pass - QuiCosenza.it
Ritrovaci sui social

Italia

Zero contagi in discoteca con 2.700 persone. Ok a riapertura a luglio con green pass

2.700 persone con green pass per ballare e nessun contagio “abbiamo dimostrato che si può riaprire anche in Italia”

Avatar

Pubblicato

il

SAN MARINO – Un esperimento in Riviera ma non in territorio italiano che, almeno secondo gli organizzatori, può rappresentare un modello per garantire l’apertura in sicurezza delle discoteche nel nostro Paese il prima possibile. L’evento di sabato scorso a San Marino, con 2.700 persone entrate con green pass per ballare nel maxi parcheggio del club del tiro al volo, avrebbe portato a “risultati rassicuranti”, spiegano gli ideatori. Dopo l’appello lanciato nel vuoto per la sperimentazione italiana in due discoteche di Gallipoli e Milano, i gestori delle discoteche rilanciano la proposta per ripartire, stavolta alla luce dell’esperienza sammarinese. A organizzarla è stato il titolare del ‘Musica’ di Riccione e di altri due locali, Tito Pinton: “quello che abbiamo fatto dimostra che si può riaprire anche in Italia. Al momento non mi risultano contagi dopo quell’evento e nessuno dei miei dipendenti ora è positivo“.

Costa “entro il 10 riaprono in Italia ma con green pass”

Entro i primi dieci giorni di luglio le discoteche potranno aprire e penso che il criterio del green pass possa essere applicato anche alle discoteche”. Lo ha detto il sottosegretario alla Salute Andrea Costa, su RTL 102.5 durante il programma Non Stop News che ne ha diffuso il testo. “Ho appena avuto un colloquio su questo con il ministro Speranza. Questa settimana – ha precisato – indicheremo una data in cui le discoteche potranno tornare a fare le loro attività, perché questo settore è ad oggi, rimasto l’unico senza avere una prospettiva e credo sia dovere della politica dare una risposta anche a questo”.

L’esperimento di San Marino

I 2.700 ragazzi arrivati a San marino da tutta Italia, che sabato scorso hanno ballato dalle 22 alle 5, hanno pagato un biglietto ma per poter entrare era anche necessario esibire il certificato vaccinale, in alternativa quello di tampone negativo nelle ultime 48 ore o infine quello di avvenuta guarigione dal Covid: in pratica il green pass, rispettando la regola invocata per l’apertura delle discoteche anche in Italia. A fare i controlli, chiedendo di utilizzare la mascherina -“ma era solo vivamente raccomandata, non obbligatoria”, precisa Pinton – erano decine di steward e all’esterno, a vista, anche uomini della gendarmeria sammarinese. “Alcuni la indossavano, altri no. E quasi tutti ballavano serenamente”, aggiunge soddisfatto il gestore. Ora la prima data utile per la ripartenza è il 4 luglio, secondo quanto auspica Maurizio Pasca, presidente del Silb, associazione di categoria dei locali con sale da ballo: “andare oltre sarebbe insostenibile – dice – ci aspettiamo buonsenso. Il Governo non ci faccia perdere il primo week end di luglio perché le nostre attività sono aperte al massimo due volte a settimana. Per il Paese quella data non cambierebbe nulla, ma a noi tanto. Anche perché la gente già va lo stesso a ballare in decine di locali che, tra l’altro, sono aperti senza green pass. Quindi ci facciano riaprire e il ministero dell’Interno vigili sull’abusivismo”.

Italia

Federfarma, è assalto alle farmacie: 2,5 milioni di green pass e 60% di tamponi

Farmacie in difficoltà e prese d’assalto dai cittadini “si fatica a reggere l’urto. Siamo al vostro fianco ma aiutateci ad aiutarvi”

Marco Garofalo

Pubblicato

il

Scritto da

COSENZA – Un vero e proprio assalto alle farmacie per il Green pass con le strutture che faticano a gestire i servizi. Ne sono stati stampati 2,5 milioni cifra che si va ad aggiungere all’altra prestazione erogata, circa il 60% dei tamponi rapidi effettuati in Italia. A lanciare l’allarme è Federfama per bocca del suo presidente Marco Cossolo, intervenuto ai microfoni della trasmissione “Genetica Oggi”, condotta da Andrea Lupoli su Radio Cusano Campus. “Nell’epoca della digitalizzazione, i cittadini si rivolgono al loro farmacista di fiducia anche per il Green pass -ha detto Cossolo-. Non c’è solo da stampare un foglio, ma molte volte chiedono anche spiegazioni sull’utilizzo e la durata. Quando si parla di salute il cittadino vuole avere come interlocutore un operatore sanitario, mi spiego in questo modo quest’assalto alle farmacie che se da un lato è una cosa buona, dall’altro ci sta mettendo in difficoltà”.

“La nostra preoccupazione – ha aggiunto – è per i pazienti che vengono in farmacia per prendere le medicine che magari possono manifestare dei malumori. Se c’è qualcuno che arriva con le tessere sanitarie di tutta la famiglia per stampare il green pass a tutti, magari il farmacista preso da questo non dà la dovuta attenzione al paziente nell’erogazione del farmaco come siamo abituati a fare. Mi sento di lanciare un appello: siamo al fianco dei cittadini e continueremo ad esserlo, ma aiutateci ad aiutarvi, cerchiamo di essere comprensivi e pazienti. Negli ultimi giorni sono stati stampati 2,5 milioni di Green pass in farmacia, si fa fatica a reggere l’urto. Noi abbiamo dato la nostra disponibilità e la confermiamo ma chiediamo disponibilità anche ai cittadini”.

Il 60% dei tamponi rapidi vengono fatti in farmacia. Questo fa capire l’impatto che ha avuto la farmacia nel tracciamento. I vaccini stanno andando avanti, con qualche differenza a livello regionali“, ha aggiunto Cossolo. “Il generale Figliuolo ci ha invitato anche a dare una mano sulla vaccinazione dei più giovani e noi abbiamo dato la nostra disponibilità”. Sulla medicina del territorio ha poi detto: “Nel pnrr è stato descritto molto bene il ruolo delle farmacie rurali, questa descrizione andrebbe ripresa per tutte le farmacie anche nelle città. L’esempio del green pass a Roma dimostra come non siano solo gli abitanti delle comunità rurali che vogliono il proprio farmacista, anche gli abitanti delle grandi città”

Continua a leggere

Italia

Lavoro: 400.000 fuorisede tornati a casa grazie allo smart working

Il 20% di chi prima della pandemia lavorava fuorisede ha approfittato del lavoro agile per tornare nella sua città di origine o spostarsi in un’altra città

Avatar

Pubblicato

il

Scritto da

CATANZARO – Smart e remote working sono stati per molti un’occasione per riorganizzare la propria vita, anche da un punto di vista abitativo, e tra le categorie che più hanno beneficiato di questa opportunità c’è quella dei lavoratori fuori sede. Secondo un’indagine commissionata da Facile.it a mUp Research e Norstat, nell’ultimo anno il 20% dei fuorisede, vale a dire 400.000 individui, hanno approfittato dello smart working per cambiare città.
Il 75% di loro ha scelto di tornare a vivere nel luogo di origine, mentre il 25% ha preferito trasferirsi in un’altra città, diversa sia da quella in cui è nato sia da quella dove ha sede l’azienda per cui lavora.

Le regioni

Guardando al fenomeno degli “smart workers di ritorno” emerge chiaramente come questo abbia assunto connotati diversi a seconda dell’area geografica. Alcune regioni, soprattutto nel Meridione, hanno visto rientrare lavoratori in misura maggiore rispetto a quelli che sono usciti: è il caso della Sardegna (+40%), ma anche della Sicilia (+27%) e della Calabria (+21%).

Di contro, le regioni con città più popolose da un punto di vista demografico e lavorativo, hanno avuto un bilancio negativo, vale a dire che il numero di smart workers che hanno lasciato la regione è superiore a quello di coloro che vi hanno fatto ritorno: ad esempio Lombardia (-2%), Piemonte (-10%) e Lazio (-20%).

Una tendenza emersa dall’indagine è quella dello spostamento dai grandi centri urbani ma non verso le regioni del meridione, bensì verso comuni più piccoli siti all’interno della stessa regione dove ha sede l’azienda per cui è impiegato lo smart worker; fenomeno questo particolarmente evidente in Lombardia e Lazio.

Tenore di vita più alto

Uno degli elementi che ha spinto i fuorisede a cambiare città è quello economico. Se è vero che la retribuzione media degli “smart workers di ritorno” è pari a 1.840 euro, per uno su tre lo stipendio mensile è inferiore ai 1.500 euro. Cambiare città mantenendo lo stesso lavoro ha permesso quindi a molti di migliorare il proprio tenore di vita; il 28,1% ha dichiarato che la ragione principale per cui ha deciso di rimanere a lavorare da remoto è perché, pur percependo lo stesso stipendio, può permettersi cose che prima da lavoratore fuori sede non poteva. Da notare, però, che la prima ragione per cui si è scelto di lavorare da un’altra città (42,1%) è la volontà di trovare un ritmo di vita più a misura d’uomo, qualunque cosa questo voglia dire.

Analizzando le intenzioni per il futuro, 6 smart workers di ritorno su 10 hanno dichiarato di non avere intenzione di tornare a fare i fuorisede con casa in affitto e di voler continuare a lavorare da remoto, dalla propria città di origine o da quella in cui si sono trasferiti dopo il lockdown.

Crescono i mutui nei piccoli comuni e le attivazioni di linee internet

L’emigrazione dai grandi centri urbani trova conferma anche analizzando l’andamento delle richieste di mutui e delle attivazioni di linee internet casa. Il recente osservatorio di Facile.it e Mutui.it ha messo in evidenza come nel primo semestre 2021 le domande di finanziamento per immobili ubicati in comuni con meno di 250.000 abitanti siano state il 77% del totale, in aumento del 7% rispetto al 2017; anche guardando ai contratti* di attivazione o cambio operatore del servizio internet casa emerge come, tra marzo 2020 e gennaio 2021, vi sia stato un boom soprattutto in alcune delle regioni “di rientro”; Sardegna (+15,9%), Calabria (+9,7%), Marche (+7,1%), Puglia (+4,8%).

Continua a leggere

Italia

Tumori, la diagnosi precoce è più facile con la risonanza-totale DWB

Una nuova macchina usata in pochi centri al mondo, non ha radiazioni e permette di individuare la maggior parte dei tumori ad uno stadio primordiale

Avatar

Pubblicato

il

Scritto da

Permette di individuare la maggior parte dei tumori ad uno stadio primordiale, compresi molti di quelli per cui fino ad oggi non esisteva alcuna possibilità di screening, senza radiazioni e bisogno di liquido di contrasto anche nelle persone sane: è la risonanza magnetica Whole Body Diffusion (DWB), di cui i massimi esperti internazionali di diagnostica per immagini, coordinati dall’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, hanno pubblicato, sulla rivista Radiology, le prime linee guida per il suo uso nella diagnosi precoce dei tumori. La DWB è in grado di creare un’unica immagine di tutto il corpo senza utilizzare radiazioni né mezzi di contrasto, ottenendo immagini ultra-sensibili a livello molecolare. Inizialmente è stata utilizzata per pazienti con tumori ad alto rischio di sviluppare metastasi nascoste e asintomatiche. Vista la sua capacità di visualizzare lesioni di pochissimi millimetri spesso non individuabili con le altre tecniche, si è pensato di applicarla anche allo screening per le persone sane.

“I risultati clinici ottenuti con i pazienti, l’assenza di radiazioni e mezzo di contrasto e l’assoluta sicurezza dell’esame ci hanno spinto a proporre questo tipo di risonanza alle persone sane – spiega Giuseppe Petralia, primo autore dello studio – per ottenere uno screening dell’intero corpo, per individuare per tempo anche tumori come quelli del pancreas, del rene, dell’apparato osseo o linfomi che oggi sfuggono alla prevenzione”. Attualmente la tecnica è utilizzata nei principali ospedali oncologici europei e americani per i malati oncologici, ma solo allo Ieo è applicata in grandi volumi anche per la diagnosi precoce dei tumori, oltre che sui pazienti oncologici già in cura, quando le indagini convenzionali non sono state conclusive e in tutte le pazienti incinte. “Con la risonanza magnetica Whole Body Diffusion e le linee guida – commenta Roberto Orecchia, direttore scientifico dello Ieo – abbiamo uno strumento in più di medicina di precisione”.

Continua a leggere

Di tendenza