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Cucchi, le scuse del Generale Nistri a Ilaria. Lei “la lettera mi ha scaldato il cuore”

La lunga lettera del Generale Nistri alla sorella di Stefano Cucchi nella quale si impegna a valutare la costituzione come parte civile nel processo ha trovato l’approvazione di Ilaria ” dopo anni in cui ci sentivamo traditi, la lettera è tornata a scaldarmi il cuore”

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Il primo e immediato effetto della lunga missiva inviata dal Generale dei Carabinieri Giovanni Nistri a Ilaria Cucchi, nella quale ha annunciato la volontà dell’Arma, qualora vi fossero i presupposti giuridici, di costituirsi come parte civile contro i militari imputati nell’eventuale processo di depistaggio, ha trovato l’immediata approvazione proprio nella famiglia Cucchi. Il generale Nistri poteva aspettare la fine del processo e il rinvio a giudizio dei carabinieri per depistaggio. Invece non ha atteso la sentenza ed ha deciso di rivolgersi proprio a quella famiglia che da anni aspetta giustizia e verità e che aveva perso fiducia nell’Arma “pensavo alla Vostra lunga attesa per conoscere la verità e ottenere giustizia. Mi creda, e se lo ritiene lo dica ai Suoi genitori, abbiamo la vostra stessa impazienza che su ogni aspetto della morte di Suo fratello si faccia piena luce e che ci siano infine le condizioni per adottare i conseguenti provvedimenti verso chi sia mancato ai propri doveri e al giuramento di fedeltà.  Parole chiare e nette quelle scritte dal Generale, rivolte a chi ha sbagliato infangando l’uniforme ma anche a chi, giorno per giorno quella stessa divisa la onora, lottando e mettendo a repentaglio la propria vita per il bene comune e la tutela del cittadino e ala famiglia Cucchi che da troppo tempo aspetta verità e giustizia”.

Anche il Ministro dell’Interno Salvini ha commentato la vicenda “Chi sbaglia paga, anche se indossa una divisa, ma non accetto che l’errore di pochi comporti accuse o sospetti su tutti coloro che ci difendono: sempre dalla parte delle Forze dell’Ordine“.

Ilaria “oggi posso dire che l’Arma è con me”

E stata la stessa Ilaria Cucchi, in un’intervista a Repubblica, a chiarire che la lettera del Generale è stata un “momento emotivamente molto forte, perché è arrivata dopo anni in cui io e la mia famiglia ci siamo sentiti traditi. Ma è stata una lettera che è tornata a scaldarmi il cuore, scacciando il senso di abbandono vissuto in questi nove anni. Oggi finalmente posso dire che l’Arma è con me e non con il maresciallo Mandolini, imputato di falso e calunnia nel processo per l’omicidio di Stefano, o con il generale Casarsa, indagato per i falsi che dovevano nascondere la verità.So che nulla è ancora deciso. E che in ogni caso bisognerà attendere la richiesta di rinvio a giudizio per gli otto ufficiali indagati per il depistaggio. Ne ho parlato con il generale Riccardi, portavoce del Comandante, che mi ha assicurato come l’ipotesi sia concreta. Sarebbe bellissimo e soprattutto, vero. Perché, come scrive Nistri, mio fratello è morto ma ad essere lesa, insieme alla sua vita e a quella della mia famiglia, è stata anche l’Arma e i suoi centomila uomini cui la lettera fa riferimento”.

“Mi auguro – conclude Ilaria – una sola cosa. Che in questo passaggio cruciale del processo tutti dimostrino responsabilità. Ritengo che la mia famiglia, il nostro avvocato Fabio Anselmo, la Procura, il Comandante generale dell’Arma, l’abbiano fatto. Dunque, faccio appello a che gli avvocati difensori degli imputati e i nostri giudici facciano lo stesso. Perché, come è ormai chiaro a tutti, la giustizia per Stefano non è semplicemente un dovere verso una famiglia, ma la strada per ricucire una ferita profonda tra lo Stato, i suoi apparati e noi cittadini”.

 

La Lettera del generale Nistri a Ilaria

Gentile Signora Cucchi,

“Ho letto con grande attenzione la lettera aperta che ha pubblicato sul suo profilo Facebook. Sabato scorso a Firenze, nel rispondere alla domanda di un giornalista, pesavo a Voi e alla Vostra sofferenza, che ho richiamato anche nel nostro ultimo incontro.. Lo abbiamo perché anche noi, la stragrande maggioranza dei Carabinieri, come Lei stessa ha più volte riconosciuto, e di ciò la ringrazio, crediamo nella Giustizia e riteniamo doveroso che ogni singola responsabilità nella tragica fine di un giovane sia chiarita, e lo sia nella sede opportuna, un’aula giudiziaria.

Proprio il rispetto assoluto della Legge ci costringe ad attendere la definizione della vicenda penale. Non possiamo fare diversamente perché, come vuole la Costituzione, la responsabilità penale è personale. Per questo abbiamo bisogno che sia accertato esattamente, dai giudici, “chi” ha fatto “che cosa”. Nell’episodio riprovevole delle studentesse di Firenze il contesto era definito dall’inizio. C’erano due militari accusati, con responsabilità sin da subito impossibili da negare, almeno nell’aver agito all’interno di un turno di servizio e con l’uso del mezzo in dotazione, quando invece avrebbero dovuto svolgere una pattuglia a tutela del territorio e dei cittadini.

In questo caso abbiamo purtroppo fatti nei quali discordano perizie, dichiarazioni, documenti: discordanze che saranno però risolte in giudizio. Le responsabilità dei colpevoli porteranno al dovuto rigore delle sanzioni, anche di quelle disciplinari. I tre accusati di omicidio preterintenzionale sono già stati sospesi. Non sono stati rimossi, è vero. Ma è vero che, se ciò fosse avvenuto, si sarebbe forse sbagliato. Faccio al riguardo due esempi. Oggi emerge che uno dei tre – secondo quanto egli ha dichiarato, accusando gli altri due – potrebbe essere innocente. Erano innocenti gli agenti della Polizia Penitenziaria, che pure erano stati incolpati e portati in giudizio. Comprendiamo l’urgenza e la necessità di giustizia, così come lo strazio di dover attendere ancora. Ma gli ulteriori provvedimenti, che certamente saranno presi, non potranno non tenere conto del compiuto accertamento e del grado di colpevolezza di ciascuno. Ciò vale per il processo in corso alla Corte d’Assise. E ciò varrà indefettibilmente anche per la nuova inchiesta avviata dal Pubblico Ministero, ora nella fase delle indagini preliminari, nella quale saranno giudicati anche coloro che oggi si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Io per primo, e con me i tanti colleghi, oltre centomila, che ogni giorno rischiano la vita per quei Valori che fin qui ho richiamato, soffriamo nel pensare che la nostra uniforme sia indossata da chi commette atti con essa inconciliabili e nell’essere accostati a comportamenti che non ci appartengono.

Con sinceri sentimenti
Giovanni Nistri