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Alla riscoperta dei ‘Calabreses’ di Andalusia, tra leggenda e realtà

Nuovi stimoli istituzionali e accademici ufficializzano il desiderio di scovare cosa si cela dietro l’avvincente leggenda dei 33 cavalieri calabresi e la fondazione di Santa Eufemia di Cordoba, nel sud della Spagna.

 

CORDOBA – Forse é solo una leggenda, forse no, ma vale la pena di tentare. Questo il cruccio del professor Ulderico Nisticó nell’annunciare alcuni giorni fa, assieme alla Provincia di Catanzaro, l’intenzione programmatica di approfondire il nesso con Santa Eufemia de Cordoba, 101 km a nord del capoluogo andaluso. E chiarire, una volta per tutte, l’affascinante avventura di 33 valorosi cavalieri calabresi partiti alla volta del sud della penisola iberica a supporto di Alfonso VII di Castiglia per poi diventare, inconsapevolmente, uno dei tasselli più curiosi della storia della Reconquista del sud da parte dei re cattolici. Ma chi sono e per conto di chi furono inviati i trentatrè? Provenivano da Santa Eufemia di Aspromonte o dalla frazione Santa Eufemia di Lamezia Terme? E ancora, mercenari senza scrupoli o illuminati crociati? La leggenda tramandata oralmente ha un suo fondamento storico? A distanza di quasi 1000 anni, gli abitanti continuano orgogliosamente a chiamarsi calabreses, qualcosa che va al di là del semplice mito fondativo.

 

Tra la storia e la leggenda

Prima che Santa Eufemia de Cordoba fosse menzionata per la prima volta negli annali della Cancelleria Imperiale – nel 1155 il re Alfonso VII in persona ne battezzò la nascita, fatto non certo raro ma di sicuro eccezionale per qualche insigne impresa militare – in quest’area all’estremo nord orientale dell’Andalusia conosciuta come Los Pedroches dall’importante valore strategico a metà strada tra le miniere dell’attuale Almaden e lo sbocco del fiume Guadalquivir e il Mediterraneo, sorgeva incontrastato un castello moresco. Inespugnabile addirittura per l’armata spagnola capitanata da re Alfonso VII. Le truppe, spossate, decisero di appostarsi in pianura per rifocillarsi e aspettare che i mori terminassero provvigioni. Tra di essi, i 33 calabresi – inviati forse a supporto da Ruggiero II, regnante del Mezzogiorno, nonché zio del suddetto re spagnolo – supplicarono Santa Eufemia, devoti come sempre alla propria protettrice. Il voto sortì l’effetto voluto: nel cuore della notte la Santa apparve loro in sogno ad indicare il varco per espugnare la città. Da quel preciso momento il luogo prese il nome dalla Santa, e i suoi abitanti calabreses. Si tratta dell’unica testimonianza, per giunta orale, di Teo Fernandez Velez – spinto durante un Erasmus a visitare il nostro Aspromonte – che ha avuto il merito di divulgare e riannodare i fili di questa misteriosa vicenda. Una vicenda che s’infittisce volgendo lo sguardo all’antico nome arabo del posto: Shant Fummiyya (o Ufimya) potrebbe aver dato il passo all’attuale Santa Eufemia, e chiudere la partita con i nostri poveri 33 cavalieri eroi di una delle tante novelle cortesi due-trecentesche e niente più. Ipotesi supportata dal fatto che la versione castiglianizzata di Santa Eufemia potrebbe essere un mero riferimento votivo ad una patrona molto venerata già dal periodo bizantino (VI-VII d.c.) e in onore a cui venne fondato l’eremo poco distante dal castello, precedente alla battaglia dei nostri cavalieri, ma curiosamente nello stesso punto in cui secondo il mito riposarono le truppe cattoliche prima di dare l’assalto definitivo alla fortificazione mora.

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Usi e costumi come ricerca delle orgini

Tavola imbandita per gli storici. A proposito di piatti e gastronomia, può essere la fedeltà alle pietanze e alle tradizioni la chiave per scardinare l’arcano segreto? Tralasciando la toponomastica e l’antroponimia (lo studio delle origini dei cognomi) messi a dura prova dalla stratificazione linguistica del castigliano nel corso dei secoli, l’appartenenza viene ostentata orgogliosamente nel paese per nobilitarne le origini. Durante la Domenica di Resurrezione, per esempio, ogni Confraternita é composta da 33 membri e ciascuna ha un proprio distintivo militare (Alabarda, Bandiera, Bastone, Stendardo, Sergente, Tamburo ecc.ecc). In cucina trionfano il tartufo e l’olio di oliva (manco a dirlo, el aceite calabres). La manifestazione equestre si chiama El Calabres, la locale squadra di calcio a il C.D. Calabres Santa Eufemia e la manifestazione cicloamatoriale La Calabresa. Se di storia o leggenda, o di entrambe, si tratti, ce lo diranno i mesi a venire nella speranza che risulti proficuo il connubio appena instauratosi tra i nostri Enti e il piccolo borgo cordovese. Il primo passo é stato il primo video girato integralmente in loco dal titolo Hermanos de Calabria e che ha risvegliato l’entusiasmo e il fascino intorno al viaggio dei 33 caballeros. Prossima tappa, il gemellaggio istituzionale, progetto a cui confida di essersi dedicato già da tempo Elias Romero Cejudo, sindaco di questa porzione di Calabria dall’altra parte del Mediterraneo.

Vincenzo Bruno