Giustizia e non ‘giustizieri’: ecco perchè forse non conviene armarsi

Trovarsi di fronte ad un malintenzionato (o peggio ancora a più di uno), che è penetrato in casa nostra, magari di notte mentre stiamo dormendo, quando le paure si ingigantiscono, non credo che possa prevedere altra reazione se non quella che contempli il terrore.

 

Esso sarà tanto maggiore quanto più sentiremo la necessità di dover difendere e salvaguardare la vita dei nostri familiari. Un’altra sensazione, che proveremmo, sarebbe la frustrazione e quindi la rabbia, che potrebbe portare, anche una persona tendenzialmente mite, a reagire in maniera estrema, qualora fosse nelle condizioni di poterlo fare.

Questo si spiegherebbe non solo perché la rabbia ha una componente irrazionale, ma anche perché spesso essa trae origine da un elemento razionale, il desiderio di giustizia, e può estrinsecarsi anche in maniera violenta, in presenza di una palese e grave ingiustizia subita. A differenza dell’odio, la reazione dovuta alla rabbia non prevede necessariamente una predisposizione a fare del male o a possedere un animo malvagio. Una reazione estrema, in questi casi, dunque, può risultare del tutto comprensibile. Quello che è un po’ meno comprensibile, in presenza comunque di un essere umano che ha perso la vita, è come ci si possa affacciare dal balcone per salutare la folla che ti acclama per il gesto che hai compiuto, o vantarsene in televisione o farsi immortalare in una foto con qualcuno che strumentalizza la vicenda per sostenere le proprie tesi.

In una situazione del genere, se avessi un’arma, anch’io sarei tentato di usarla, perché in presenza di una prevaricazione e di un senso di frustrazione così forti, alimentati dal timore che possa venir fatto del male ai miei familiari ( diverso sarebbe se fossi da solo), prevarrebbe il mio carattere passionale. Razionalmente però, penso che questa non sarebbe la scelta giusta, per alcuni motivi.

Innanzitutto, perché c’è il rischio che reagire possa far precipitare gli eventi, e farci avere la peggio, come è avvenuto in un episodio recente, nel quale durante una rapina il titolare di una tabaccheria è stato brutalmente ucciso solo per aver tentato di opporsi ad essa. Poi perché, nel caso che avvenisse il contrario e a restare ucciso fosse il rapinatore, a preoccuparci dovrebbe essere non tanto il pensiero se la reazione sia commisurata all’offesa, quanto piuttosto se la nostra coscienza sia capace di sopportarne poi il rimorso. Un fatto del genere non potrebbe non ripercuotersi sulla nostra coscienza e finirebbe con l’affacciarsi nei nostri sogni, trasformandoli in incubi perenni, rovinandoci la vita.

Ma, soprattutto, perché non si può accettare il principio che la sicurezza e la giustizia possano e debbano essere gestite e garantite dal cittadino, con qualsiasi mezzo, in quanto siamo in un paese civile e non nel far west. Inoltre, perché se non vi fosse un limite alla legittima difesa, ci sarebbe il rischio che il concetto di violazione della proprietà privata potrebbe essere esteso ad ogni cosa, anche solo per difendere beni materiali (ad esempio un ladro che tenta di rubare la macchina dopo essersi intrufolato nel giardino).

E’ evidente che deve essere lo Stato a dare risposte, cercando di prevenire i reati, con il controllo del territorio. Deve farlo, soprattutto, garantendo la certezza della pena. Solo così darà un segnale di vicinanza ai cittadini onesti, che non si sentiranno soli, condannati ai capricci del caso o a dover provvedere autonomamente, alla propria sicurezza. Infine, mi chiedo, se in casi come questi, la frustrazione e la rabbia possono condurci ad una reazione estrema, come dovremmo reagire davanti ad altri tipi di violenza di cui tutti i giorni veniamo a conoscenza e nei quali potremmo essere coinvolti direttamente?

Mi riferisco a fatti come quello del ragazzo che viene massacrato ed ucciso dal branco davanti ad un locale notturno, quello dei bambini che vengono maltrattati dalle maestre, quello dell’ortopedico che per esercitarsi frattura il femore ad un’anziana, che potrebbe essere nostra madre, quello della banda di adolescenti che stuprano un coetaneo, o ai tanti episodi di pedofilia dove spesso l’autore è un precettore e la vittima potrebbe essere nostro figlio. In casi come questi ultimi, in particolare, è indubbio che la rabbia ed il desiderio di vendetta, facendo leva anche sui nostri sensi di colpa, per non esserci accorti del disagio di nostro figlio o per averlo affidato ad un insegnante, ad un istruttore che lo ha abusato, potrebbe condurci a soluzioni tanto estreme quanto difficili da condannare.

Si potrebbe tracciare una scala di gravità di questi episodi violenti, perché è indubbio che ce ne sia sempre uno peggiore dell’altro, e potremmo essere tentati ancor più, in alcune di queste situazioni, di volerci fare giustizia da soli, magari con quella stessa arma che ci siamo procurati per difenderci nelle nostre abitazioni. Umanamente potrebbe essere comprensibile, ma uno Stato non può avallare questi comportamenti, sarebbe una forma di imbarbarimento totale. Oltretutto, la storia ci ha dimostrato l’assurdità della violenza come risposta alla violenza, e che volersi fare giustizia da sé rischia di far precipitare l’Uomo in una regressione profonda. Perciò, prima di correre ad armarci, proviamo a riflettere.