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Conto alla rovescia per ‘gustare’ il jazz degli artisti Moroni e Ionata, in concerto a Castiglione

Jazz da Gustare: apre la rassegna musicale del teatro “Il Piccolo” di Castiglione Cosentino, un duo d’eccezione Dado Moroni e Max Ionata; con un progetto musicale dedicato a Stevie Wonder.

 

CASTIGLIONE COSENTINO – Dalle orecchie al palato, musica e cibo d’alta classe: un abbinamento vincente che, nella passata edizione, ha appassionato tantissimi cosentini. Anche quest’anno, ritorna a partire dal 4 marzo, Jazz da Gustare, la rassegna musicale del teatro “Il Piccolo” di Castiglione Cosentino. Concerto e poi cena nel bistrot del teatro, tutto con un solo biglietto. Il parterre degli artisti è di altissimo livello.

Si parte il 4 marzo con Two for Stevie (2014, Roma, Via Veneto JazzJandomusic), il progetto musicale dedicato a Stevie Wonder e costituito da un duo d’eccezione: Dado Moroni e Max Ionata. L’album contiene 11 cover di successi di Wonder (Overjoyed, Don’t you worry’bout the thing, Isn’t she lovely, I wish, Chan song, Love’s in need of love today, Have a talk with God, Send one your love, You are the sunshine of my life, The secret life of plants, Ribbon in the sky), interpretati in chiave jazzistica senza snaturarli o sovraccaricarli, come invece spesso avviene quando i jazzisti si danno al pop.

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Il loro concerto apre la II Edizione della rassegna Jazz da Gustare, organizzata e diretta dalla pianista Maria Letizia Mayerà, che si svolgerà con una formula particolare: oltre al concerto è prevista una cena, che si terrà nell’intervallo dell’esibizione nel bistrot del teatro, un po’ come accadeva nei club della golden age del jazz. Moroni e Ionata, conosciuti e stimati dal pubblico degli appassionati del genere, vantano curricula chilometrici, su cui val la pena di soffermarsi.

Dado Moroni 2Genovese, classe ’62, Edgardo Dado Moroni suona il pianoforte dall’età di 4 anni e ha iniziato la carriera musicale appena 14enne al fianco di mostri sacri della scena italiana come Franco Cerri, Luciano Milanese, Gianni Basso, Sergio Fanni, Massimo Urbani e Tullio De Piscopo. A partire dal 1983 Moroni esplode a livello internazionale e inaugura una lunga serie di collaborazioni, a partire da quelle con il quartetto di James Moody e con il James Wood Trio. Gira l’Europa e accompagna giganti come Clark Terry, Johnny Griffin, Freddie Hubbard, Bud Shank, Buddy De Franco, Zoot Sims e molti altri. Nel 1987, il pianista suona e incide con altre due leggende viventi: i contrabbassisti Ray Brown e Ron Carter. Nel 1989, in qualità di membro dell’Alvin Queen Quintet, Moroni intraprende un tour in Africa, a cui segue, nel 1991 una tournee mondiale con il quartetto di George Robert.

Nel 1995, dopo essersi imposto all’attenzione della critica con un’interpretazione di Giant Steps di John Coltrane, l’artista ligure inizia un sodalizio con il pianista classico Antonio Balista e poi partecipa al prestigioso festival giapponese Mount Fuji/Concord Jazz Festival. La consacrazione definitiva per Moroni arriva nel 1999, con l’inclusione nella Biographical Encyclopaedia of Jazz di Leonard Feaher e Ira Gitler. Il nuovo millennio è pieno di collaborazioni e tour prestigiosi e porta con sé anche il riconoscimento accademico quando, nel 2010, l’artista genovese ottiene la cattedra di pianoforte Jazz presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino. Tra un concerto, un album e una clinc, Moroni non disdegna incursioni nel mainstream, come testimoniano le sue collaborazioni con Lucio Dalla, Eros Ramazzotti, Tiziano Ferro, Ornella Vanoni e Mietta. Con quest’ultima il pianista ha ideato un progetto originale: Quando il jazz fa pop.

Dado Moroni e Max Ionata-1Abbruzzese, classe ’72, Max Ionata è uno dei migliori sassofonisti della scena italiana. Forte di circa 70 album incisi nel corso degli anni, Ionata vanta un chilometrico carnet di collaborazioni con artisti del calibro di Robin Eubanks, Reuben Rogers, Clarence Penn, Lenny White, Billy Hart, Alvin Queen, Joe Locke, Anne Ducros, Steve Grossman, Mike Stern, Bob Mintzer, Bob Franceschini, Hiram Bullock, Joel Frahm, Miles Griffith, Anthony Pinciotti, Jon Cowherd, John Benitez, Dino Piana, Roberto Gatto, Stefano Di Battista, Gegè Telesforo, Giovanni Tommaso, Flavio Boltro, Furio Di Castri, Fabrizio Bosso, Enrico Pierannunzi, Mario Biondi, Ornella Vanoni, Sergio Cammariere e Renzo Arbore.

I biglietti per il concerto sono in prevendita presso l’agenzia Inprimafila di Cosenza, dove è possibile anche acquistare l’abbonamento completo a tutta la rassegna Jazz da Gustare.

 

Intervista a Dado Moroni

Dado Moroni 1Curriculum chilometrico, classe ’62 il pianista genovese Edgardo Dado Moroni è un punto fermo del jazz internazionale. Musicista colto ed eclettico, Moroni, pur provenendo da una gavetta dura e pura (anche nel senso del purismo musicale), non ha disdegnato contaminazioni fuori genere. Al riguardo si ricordano le collaborazioni col pianista classico Antonio Balista e con alcuni big del pop tricolore: Lucio Dalla, Eros Ramazzotti, Tiziano Ferro, Ornella Vanoni e Mietta. Questa propensione si è rivelata anche in Two for Stevie (2014, Roma, Via Veneto JazzJandomusic) il Nostro esegue assieme al sassofonista Max Ionata 11 hits di Stevie Wonder. Il risultato è di gran classe: nessuna edulcorazione, il jazz raffinato dei due non risulta annacquato e il soul del grande artista afroamericano non ne esce stravolto e imbarocchito. Segno che virtuosismo e sobrietà possono benissimo andare a braccetto. I due riproporranno dal vivo l’album, che segue di due anni l’analogo progetto Two for Duke dedicato a Duke Ellington, il 4 marzo presso il teatro Il Piccolo di Castiglione Cosentino in occasione della rassegna musicale Jazz da Gustare, ideata e diretta dalla pianista e organizzatrice musicale Maria Letizia Mayerà. In attesa del concerto, Dado Moroni racconta i retroscena dell’album e spiega lo star dell’arte della scena jazzistica italiana.

_Scegliere qualcosa in una produzione vasta e qualitativamente alta come quella di Stevie Wonder non è facilissimo. Con che criteri vi siete orientati?

Abbiamo seguito due linee guida: la continuità armonica con il nostro precedente progetto, Two for Duke, e la portabilità delle linee melodiche in partiture solo strumentali. Ciò spiega la nostra selezione e alcune esclusioni.

_Spiega anche perché c’è Isn’t she lovely e mancano I just called e Part time lover?

Anche. L’idea di questo album è venuta in mente a Giandomenico Ciaramella, che aveva prodotto Two for Duke, mentre prendevamo un aperitivo in una terrazza romana. Sulla base del successo di quest’ultimo album, lui ci suggerì di replicare l’iniziativa con Stevie Wonder. Abbiamo operato la selezione in tempi brevissimi e abbiamo arrangiato i brani con soluzioni armoniche simili a quelle usate nel nostro omaggio ad Ellington. Quindi era ovvio che scegliessimo i brani che si prestavano di più. Inoltre, come ho già detto, anche l’aspetto melodico è stato fondamentale: molte canzoni, e ciò vale anche nel caso di Wonder, hanno delle linee melodiche che, separate dalle parole, risultano troppo elementari e perdono di efficacia quando vengono eseguite a livello strumentale. Detto questo, in molti ci hanno segnalato esclusioni illustri. Di più: spesso anche noi ci siamo resi conto in ritardo che alcune canzoni potevano essere incluse in questo cd. Pazienza, sarà per la prossima volta.

_Ci sarà una prossima volta?

Perché no? Two for Stevie ha avuto molti consensi. Ciò mi sembra un buon incentivo per proseguire questo discorso musicale.

_Con la reinterpretazione di Wonder si esce un po’ dal jazz e ci si orienta verso la fusion. I puristi potrebbero storcere il naso.

E magari c’è chi lo storce per davvero. Duke Ellington diceva: «Nella musica esiste solo la musica bella e la musica brutta». Quella di Stevie Wonder non solo è grande musica e di grandi canzoni, ma si presta benissimo anche ad essere riletta in chiave jazz. Inoltre, visto che da alcuni anni mi dedico alla didattica, penso che partire da autori come lui può essere importante per attirare al jazz un pubblico non specializzato. In fondo, si parte sempre da ciò che si conosce per arrivare a ciò che non si conosce o non si conosce bene. E ciò vale non solo per il jazz e, dico di più, non solo per la musica.

_In tutto questo il purismo non potrebbe risultare controproducente?

Ad essere puristi non si ricava nulla. Questo “talebanesimo”, purtroppo, è tipico della mentalità europea e italiana in particolare. Negli Usa non è così. Di recente sono tornato a New York, dove tra l’altro ho vissuto per 12 anni, e ho potuto notare e apprezzare ancor più questa differenza. Lì non esistono gruppi e compartimenti stagni, ma i musicisti si seguono a vicenda cercando di carpirsi le caratteristiche e i segreti professionali. Non c’è la logica un po’ tribale che divide i musicisti per gruppi. E che può essere anche dannosa a livello professionale: ho sentito sin troppe volte snobbare dei colleghi solo perché lavoravano anche come turnisti per artisti pop. Che male c’è in certe scelte?

_Two for Stevie è il secondo lavoro in duo con Max Ionata. Com’è nato questo sodalizio artistico?

È un sodalizio umano, oltre e ancor prima che artistico. Lo conobbi in seguito a una jam session che si svolse circa diciassette anni fa durante il festival di Atessa, il suo paese. Lui, senza conoscermi, mi invitò a suonare. Terminata la jam mi chiese chi fossi. Quando gli rivelai la mia identità, restò incredulo: non sapeva che suono sin da quando avevo quattordici anni e credeva che fossi più vecchio. Per convincerlo dovetti fargli vedere la mia carta d’identità. Da allora siamo diventati molto amici e ci teniamo sempre in contatto, anche quando non suoniamo assieme.

_Non è la prima volta in Calabria per Dado Moroni.

No. E non è la prima volta neppure a Castiglione Cosentino. Al riguardo, sono davvero contento di tornare in questo territorio. La prima volta fu nel 1983, quando suonai al teatro Rendano assieme a Sal Nistico, che aveva origini calabresi. Subito dopo il concerto cosentino, suonammo a Catanzaro, dove Nistico incontrò per la prima volta i propri parenti, originari appunto del Catanzarese. Fu un episodio molto commuovente. Ricordo inoltre con molto piacere di essere stato a Torano Castello in occasione della consegna delle chiavi della città a John Patitucci, il cui padre era originario di lì. Ho passato dei giorni magnifici in cui ho apprezzato il vostro calore, il vostro vino e il vostro cibo.




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