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Cocaina e hashish, il narcos più potente d’Europa in affari con un arabo cosentino

Dopo anni di latitanza in Colombia Domenico Trimboli ha deciso di collaborare con la giustizia.

 

REGGIO CALABRIA – Il boss dei due mondi. L’uomo capace di importare dal Sud America la cocaina necessaria a soddisfare l’intera Europa. Il tutto con il sostegno del clan Mancuso di Limbadi e della cosca Mazzaferro Marina di Gioiosa Ionica. Il 63enne Domenico Trimboli, meglio noto come Pasquale, originario di Natile di Careri piccolo Comune nel cuore della locride, ma nato in Argentina, rappresentava il punto di unione tra la ‘ndrangheta e i cartelli colombiani. Arrestato nel 2013 in Colombia a Caldas, municipio poco distante da Medellin, dopo circa quattro anni di latitanza Domenico Trimboli estradato inPorto-Gioia-Tauro-1 (1) Italia decide di collaborare con la giustizia. Il narcos ‘pentito’ pare utilizzasse come base nel Nord Italia per lo smistamento della cocaina nel resto d’Europa la città di Alessandria dove vivono numerosi suoi parenti e affiliati. Dotato di una eccelsa padronanza del linguaggio in diverse lingue, era lui a trattare con i più potenti cartelli prezzi e rotte da seguire per raggiungere i porti in cui far approdare carichi di almeno tre tonnellate di cocaina per volta. Primo tra tutti la roccaforte di Gioia Tauro in cui Trimboli, considerato uno dei più influenti narcotrafficanti al mondo, aveva il potere di far sdoganare container e container di cocaina. Un privilegio di cui pare godesse anche nei porti spagnoli e olandesi.

 

Trimboli e i suoi collaboratori, cui figura di vertice è stata individuata in Giuseppe Agostino sessantenne di Marina di Gioiosa Jonica, pare comunicassero sempre attraverso chat criptate utilizzando dei cellulari blackberry. In alternativa si usavano delle mail lasciate in bozze ad un indirizzo di posta elettronica a cui potevano accedere i principali protagonisti della compravendita di stupefacenti tra Colombia, Venezuela, Ecuador e l’Europa. La cocaina veniva comprata dai colombiani a 19mila euro al chilo spagna2e rivenduta dai calabresi a 36mila euro attraverso la partnership con i fratelli Fabrizio, Antonio e Francesco Cortese. Sequestrato più volte dai narcos che lo tenevano in ostaggio per ottenere il pagamento dei debiti, Trimboli grazie alla sua ‘onorabilità’ non entrò mai in conflitto con i cartelli, la sua era una vera e propria collaborazione fiduciaria. A sostenerlo, oltre ai 45 coimputati del processo che si sta celebrando presso il Tribunale di Reggio Calabria cui udienza è stata rinviata al prossimo 15 giugno a causa dello sciopero degli aerei, anche un marocchino cosentino. A difendere il collaboratore di giustizia Domenico Trimboli è l’avvocato Loredana Gemelli del foro di Torino.

 

Si tratta di Ben Zallah Miloudi quarantenne da tempo residente in via delle Medaglie d’Oro. L’uomo insieme al fratello Ben Zallah Salah (trentaseienne residente a Gioiosa Jonica) era stato incaricato di occuparsi dell’importazione di hashish in Italia dal Marocco via terra, passando da Tangeri, con dei camion. I due però pare avessero tentato di truffare i calabresi quando Salah fuggì dal Marocco rendendosi irreperibile con i 15mila euro di anticipo che gli erano stati consegnati per acquistare l’hashish. La sparizione del denaro era stata giustificata con un pestaggio subito dal ragazzo dai suoi fornitori, che lo avrebbero derubato di tutti i contanti che aveva con se. Circostanza cui contorni non sono mai stati del tutto chiariti. Ad incastrare l’arabo cosentino fu una denuncia presentata da egli stesso alla stazione dei Carabinieri di Cosenza. Miloudi Ben Zallah aveva infatti imagessmarrito i propri documenti e dopo aver presentato un esposto aveva lasciato il proprio recapito telefonico alle forze dell’ordine per essere ricontattato. Una ‘leggerezza’ che ha consentito agli inquirenti di individuare una pista bruzia nel narcotraffico internazionale di stupefacenti gestito nella locride. A rivolgersi ai fratelli Ben Zallah era stato lo stesso Giuseppe Agostino per reperire stupefacenti in Marocco. Ingenui e poco prudenti i magrebini nelle loro conversazioni telefoniche parlavano chiaramente dei rapporti ‘professionali’ che intrattenevano con i calabresi: “ora si va a lavorare con la bianca“. In un’occasione i due fratelli discutono preoccupati del fatto che il padre fosse venuto a conoscenza dei loro traffici illeciti: “già sa tutto, ma non sa che si tratta di fumo. Si tratta di altre cose. C’è qualcuno che glielo ha fatto sapere”.

 

Capaci di muovere fino a dieci tonnellate di hashish, inconsapevoli del pericolo delle intercettazioni telefoniche, i due fratelli sono convinti che nessuno possa comprendere il loro dialetto marocchino e parlano senza filtri: “devo scendere e parlare con la gente, lo sai quanto vogliono? 10.000”. Per trattare con i fornitori era il fratello minore Salah che viaggiava in aereo da Roma a Casablanca insieme ai calabresi. Nelle spese per importare lo stupefacente dovevano essere conteggiate anche le tangenti da versare alla polizia di frontiera per passare la dogana, circa 250 euro per ogni 50 chilogrammi di droga. In un’intercettazione 29102014-sequestro-hashish-70-chili-16captata i fratelli parlano di 7.500 euro già versati per corrompere i doganieri. L’arabo cosentino Miloudi pare fosse il delegato di questa pratica. E’ lui stesso infatti a comunicare al fornitore magrebino che ”gli italiani sono disposti a pagare la strada in Marocco”, e che il carico non sarebbe stato pagato in anticipo, ma solo al momento dell’imbarco del camion con l’hashish sul traghetto diretto da Tangeri alla Spagna. “Queste persone – affermava Miloudi al telefono con il collega in Marocco – può essere che vengono la prossima settimana, prima di prenderla bisogna guardarla e poi se va bene parliamo di tutto il resto. Loro vogliono mille scarpe”.

 

I due fratelli oltre ad allacciare rapporti con potenziali clienti, nel caso specifico i calabresi, per importare stupefacenti dal Nord Africa all’Italia avevano formato una sorta di rete fondata sulla mutua assistenza che provvedeva a spacciare sul territorio nazionale. Il prezzo dell’hashish importata dal Marocco era pari a 500 euro al chilo. Il denaro deve essere versato attraverso la Western Union in più tranches. Uno dei camion utilizzati per la traversata, fingeva di trasportare mobili all’interno dei quali era stato occultato il ‘fumo’ e veniva guidato da un italiano, che in un caso è stato accertato essere Cosimo Timpano cinquantottenne di Caulonia. I rapporti tra i due fratelli e i calabresi con il tempo però divennero sempre meno frequenti. I reggini ritengono i marocchini con i quali avevano trattato poco affidabili e si allontanano. A questo punto è proprio l’arabo cosentino Miloudi a farne le spese. I calabresi minacciano di ucciderlo perché in tre occasioni il denaro consegnato in anticipo per l’acquisto della droga pare fosse sparito. Un gesto che dalla locride, come captato dalle dichiarazioni di uno degli indagati Giuseppe Curciarello, viene interpretato malissimo: “ha tradito amici, ha tradito fiducia, devo trovarlo e ammazzarlo con le mie mani. Lui deve morire perché oggi ha tradito noi, domani tradisce altri”.