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Violenza e cattiveria: ieri e oggi

Gli ultimi episodi di maltrattamenti nei confronti di anziani, in una casa di riposo di Battipaglia, e quelli nei confronti di alcuni bambini, in un asilo di Potenza, sono solo un’ulteriore dimostrazione del degrado che ha subito negli ultimi decenni l’animo umano.

 

Essi vanno a sommarsi ai tanti casi in cui la violenza e la cattiveria si manifestano con tutta la loro malvagità. Basti pensare agli atti di bullismo che di continuo si verificano, soprattutto, in ambito scolastico, ad alcune nuove pratiche di violenza come il ”ko game” (stendere uno sconosciuto con un solo pugno), ai maltrattamenti sugli animali, ecc…
 
Anche ammettendo che esista oggi una maggiore facilità di venire a conoscenza di episodi simili, è comunque innegabile che essi abbiano avuto un notevole incremento negli ultimi tempi e che possa esserci il rischio che subentri tra la gente un’assuefazione, che potrebbe generare indifferenza, e questo decreterebbe la fine di ogni speranza di riscatto.
 
E’ altrettanto evidente che si sia verificato un cambiamento nelle modalità di esercitare la violenza. Solo pochi decenni orsono, la violenza e la cattiveria ad essa connessa, erano per lo più circoscritte in certi ambiti ed avevano il più delle volte una motivazione: si trattava spesso di una risposta, abietta ed esecrabile quanto si vuole, ma pur sempre una risposta ad un’offesa ricevuta o presunta tale (senza dimenticare però che anche allora esistevano gli “orchi”, che il “nonnismo” era una sorta di bullismo e che gli strumenti di tortura, non solo durante l’Inquisizione, erano utilizzati).
 
Oggi, accanto alla violenza ed alla cattiveria generate dall’invidia, dalla gelosia e da tutto ciò che provoca rabbia e scatena l’ira, troviamo una violenza ed una cattiveria senza cause apparenti, del tutto gratuite, generate dalla noia, dall’insoddisfazione e dall’insofferenza, che traggono origine dall’angoscia e dalla disperazione della coscienza, che ha perso i suoi punti di riferimento e il suo orientamento.
 
Ieri, la violenza, paradossalmente, poteva non aver insita la cattiveria. Essa scaturiva, come dicevo, principalmente dalla collera e dall’ira, spesso senza premeditazione. L’atto violento poteva essere un’eccezione, un deragliamento momentaneo dell’animo, che portava spesso al pentimento. Scontata la pena e dopo un operoso ravvedimento si cercava di rientrare nell’alveo della vita normale. Questo avveniva forse perché da un lato c’era una maggiore serenità d’animo, dovuta ad una visione più fiduciosa della vita; dall’altro perché la mente era occupata da pensieri contingenti e di quotidianità.
 
Oggi, la violenza va di pari passo con la cattiveria. Sembra che in molti casi sia quest’ultima a dettarne i tempi e le modalità. A volte, si tratta di una cattiveria che sembra essere generata dalla insignificanza che viene attribuita alla vita. Le cause di questa percezione della vita vanno ricercate nella destrutturazione del proprio “io”, dovuta ai troppi stimoli provenienti da mondi virtuali, dove tutto è possibile, ma che nulla hanno a che vedere con la realtà.
 
In questo contesto, la “rete” (e quindi i social), purtroppo, ha un ruolo deleterio ed a volte esiziale. Essa infatti, ampliando la platea degli spettatori, offre agli autori delle violenze un immenso palcoscenico, di cui spesso essi hanno bisogno, per mettere in scena le loro atrocità ed ottenere il loro attimo di celebrità, e contribuisce, inoltre, a stimolare ed a produrre un effetto di tipo emulativo.