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Al via la rubrica “Pausa… di Riflessione” per stimolare considerazioni e suggestioni

Parte da oggi, una nuova rubrica tra le pagine ‘virtuali’ di Quicosenza; si intitola  “Pausa di…Riflessione” ed avrà una cadenza quindicinale ( a domeniche alterne).

Intendiamo sottoporre all’attenzione dei nostri lettori, da oggi e a cadenza quindicinale, alcune riflessioni su argomenti di vario genere che in alcuni casi, prenderanno spunto da avvenimenti di cronaca quotidiana, e serviranno da pretesto  non solo per affrontare il tema specifico che la notizia mette in risalto, ma anche per stimolare considerazioni e suggestioni  nel lettore. La partecipazione attiva di quest’ultimo, da noi auspicata,  potrebbe essere un elemento per valutare la validità della nostra idea originaria. Le riflessioni contenute nella rubrica ci verranno fornite da Pietro Russo che non è un giornalista, ma un  ginecologo che ha, come a lui piace sottolineare, la passione non tanto dello scrivere, ma del “riflettere”.

Buona… Pausa di Riflessione

Tra conformismo, omologazione e condivisione

Fin dalla nascita entriamo a far parte di un mondo conformista, per abitudine e tradizione, dove la parola d’ordine è: adeguarsi. In altri termini, ci si trova costretti a seguire un programma ben definito che ha il preciso scopo di introdurci nella sfera della “normalità”, e che se disatteso ci porta ad essere guardati con diffidenza, se non addirittura emarginati. La nostra epoca sembra essere la prima a richiedere il conformismo a tutti gli uomini come condizione della loro stessa esistenza.

Diceva Marx che la maggioranza dell’umanità “non aveva niente da perdere tranne le sue catene”; oggi potremmo dire che senza queste catene, per la maggior parte di noi, diventa difficile sopravvivere. Ricevere i primi sacramenti, frequentare corsi e attività di varia natura, quando ancora non si è in grado di capire quali siano le nostre attitudini, rappresentano solo alcuni esempi di quello che potremmo definire il prodotto di un “conformismo parentale”, dove il nostro ruolo è del tutto passivo. Non passerà però molto tempo e la nostra partecipazione a questo processo di conformismo diventerà attiva. Ciò accadrà quando sperimenteremo di persona che, il non uniformarci ai dettami della società non paga e che ciò che paga, è la conformità più rigorosa.

Il nostro conformismo diventa una scelta consapevole quando, pur intuendo che mettere in campo quelle capacità creative che ognuno di noi possiede, potrebbe rendere migliore la nostra vita e quella della società nel suo complesso, per comodità preferiamo accettare modelli precostituiti. Il nostro senso critico viene messo a tacere, non consentendoci di comprendere che il nostro adeguarci altro non è che una forma di totale accondiscendenza a quella regola di omogeneizzazione, che rende più facile la gestione della società, ma che non si preoccupa delle esigenze individuali.

Ovviamente, questo conformismo di cui la società si serve, ci viene proposto in maniera suadente, quasi come un suggerimento, quindi ben lontano dalle modalità basate sul terrore dei regimi totalitari di non troppa antica memoria. In questo contesto trova terreno fertile la spinta al consumismo di benieffimeri” e, quando il mercato diventa saturo di beni, alla creazione di bisogni, anch’essi effimeri, che l’economia, basata sulla logica del profitto, reclama.
Ma, se il conformismo diventa spesso una necessità, ben altra cosa è l’omologazione. Essa nasce dalla paura di non essere accettati, non tanto dalla società, in senso lato, ma dal gruppo dei pari. Gli adolescenti per consolidare certezze sul proprio “io” e sulla propria “autostima”, per nascondere paure, insicurezze e disagi, si affidano all’omologazione, finendo per diventare inevitabilmente gregari e spettatori.

In realtà, l’omologazione trae origine paradossalmente da una ribellione, dalla voglia di staccarsi dai genitori, di scrollarsi di dosso l’immagine di bambini, di costruirsi una propria identità e una propria autonomia, rifiutando il conformismo parentale.

Ma, in questo tentativo di emancipazione si cade in un’altra forma di conformismo più subdola. Si ambisce ad assomigliare ai coetanei che si frequentano, ma si finisce con l’adeguarsi ad altri modelli dominanti.
Tali modelli, rendendoci omogenei e facendoci rinunciare alla nostra originalità ed alla nostra autenticità, non fanno altro che contribuire alla limitazione della nostra libertà. Si va alla ricerca di un’identità là dove non la si potrà mai trovare, per il semplice motivo che essa non vi alberga.

Il senso di appartenenza al gruppo, se da un lato dà coraggio e forza, dall’altro porta a delegare gli altri per le proprie scelte. Così, restando in balia nella dinamica del gruppo e dei suoi leader, si finisce per perdere la propria autonomia.

Nel cercare un riscatto dal conformismo e dall’omologazione si approda alla condivisione sui social network. Si vuole assumere, per la prima volta, il ruolo di protagonista, che per troppo tempo reclama il suo spazio. Si vuole rendere partecipi gli altri dei propri momenti di vita e delle proprie cose. Si vuole testimoniare al mondo la propria esistenza come persona.
Purtroppo però, la propria identità, attraverso la condivisione, subisce un duplice processo di snaturamento. Da un lato, per presentarsi nel modo migliore, per dare una buona impressione, per rendersi interessanti agli occhi degli altri, si attua una rappresentazione immaginaria di se stessi che non rispecchia il proprio essere. Dall’altro lato, capita spesso che, cadendo nella tentazione di utilizzare una scorciatoia, si prendano in prestito riflessioni di altri, che inevitabilmente finiranno ancora una volta per dettare i modelli da seguire.
Come uscire da questa situazione? Forse, provando a non aderire acriticamente a quella forma di visione del mondo che ci viene proposta come l’unica possibile, dal totalitarismo mediatico.

Questo deve avvenire però, solo dopo aver acquisito la consapevolezza che la vita ha un significato diverso per ciascun essere vivente e se si è pronti, qualora la situazione lo richiedesse, a pagare il prezzo delle proprie scelte e delle proprie azioni, anche a rischio di perdere tutto, purché venga salvaguardata la propria identità.