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Omicidio Marta Russo, l’avvocato Ferraro paga 300mila euro

ROMA – Accusato di favoreggiamento pagherĂ  di tasca propria i costi processuali.

Salvatore Ferraro non e’ indigente: per questo deve pagare oltre 300mila euro dovuti per spese di giustizia. Lo ha stabilito la Cassazione, rigettando il ricorso dell’ex ricercatore, condannato in via definitiva a 4 anni e 2 mesi di reclusione per favoreggiamento in relazione all’omicidio della studentessa dell’universita’ ‘La Sapienza’ Marta Russo, avvenuto nel maggio 1997. Ferraro chiedeva gli fosse accordata la remissione del debito, sulla quale era gia’ arrivato il no del magistrato di sorveglianza della Capitale. La prima sezione penale della Suprema Corte ha condiviso la tesi del magistrato di sorveglianza, secondo cui non “emergevano prove di una totale indigenza del richiedente”, ma, al contrario Ferraro dispone “di un’attivita’ lavorativa”, quella di avvocato, “idonea a garantirgli una certa agiatezza” ed e’ anche “intestatario di beni immobili come attestato dalla visura della Guardia di Finanza”. Per l’ex ricercatore, sostengono i giudici di piazza Cavour, con il pagamento della somma dovuta “non si verra’ a creare un pregiudizio irreversibile, arbitrario e non tollerabile per le sue condizioni economiche future, tenuto conto che le spese di giustizia sono pur sempre gli effetti derivanti dal proprio operato deviante, sicche’ la compressione del proprio tenore di vita, nei termini ragionevoli qui rappresentati, sono proporzionati e giustificati dalla condotta anteatta, quale espressione della funzione retributiva della pena”. Per la Suprema Corte, il magistrato di sorveglianza “pur valutando l’entita’ dell’importo dovuto ha approfonditamente valutato l’impatto del soddisfacimento del debito sulle effettive (e non meramente presuntive) capacita’ patrimoniali” di Ferraro “valutando la mancanza del requisito delle disagiate condizioni economiche”. Il “condannato – si legge ancora nella sentenza della Cassazione – ha una capacita’ reddituale che giustifica la sostenibilita’ del debito anche in considerazione delle potenzialita’ economiche derivanti dal fatto che egli potrebbe svolgere l’attivita’ di avvocato”. Inoltre, osservano gli ‘ermellini’, “e’ stato chiarito che i terreni e il fabbricato rurale segnalati dalla Guardia di Finanza come appartenenti” a Ferraro “non sono stati ne’ venduti, ne’ messi in vendita”, ne’ “alcun tentativo e’ stato posto in essere” per “addivenire ad una rateizzazione del debito”. Oltre al rigetto del ricorso, la Cassazione ha stabilito che l’ex ricercatore debba pagare le spese processuali. Per la morte di Marta Russo venne condannato in via definitiva anche Giovanni Scattone, all’epoca dei fatti ricercatore, come Ferraro, alla Facolta’ di Giurisprudenza: per Scattone, accusato di omicidio colposo, la pena fu di 5 anni e 4 mesi di carcere. Marta Russo venne raggiunta alla testa da un proiettile mentre passeggiava con un’amica per i viali della Citta’ universitaria, il 9 maggio 1997: mori’ qualche giorno dopo in ospedale.