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Venturino racconta come sparì Lea Garofalo

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MILANO – ‘Spaccavamo le ossa mentre il corpo bruciava’.

 E’ il giorno di Carmine Venturino al processo d’appello per l’omicidio della testimone di giustizia Lea Garofalo. Coperto da un paravento, l’uomo, condannato all’ergastolo in primo grado, dice di volere raccontare la verita’ “per amore di Denise”, la figlia di Lea con la quale ha avuto una relazione sentimentale. Venturino ribadira’ la sua versione dei fatti, gia’ raccontata dal carcere agli inquirenti. Una ricostruzione del delitto diversa da quella emersa dal processo di primo grado. “Prima di sottopormi all’esame – ha esordito – voglio dire che per me questo è un giorno molto difficile perchè dovrò di nuovo autoaccusarmi di avere concorso nell’omicidio di Lea Garofalo e di fronte a Denise (la figlia di Lea, ndr) che è la persona che occupa il primo posto nel mio cuore”. “Sto accusando persone con cui ho diviso tre anni della mia vita – prosegue – i cugini di mio padre. Non ho rancore per nessuno, ho fatto questa scelta per amore di Denise perchè voglio che sappia come sono andate le cose”. Carmine Venturino, il pentito sentito oggi al processo sull’omicidio di Lea Garofalo, non lesina particolari macabri sullo stato del cadavere della testimone di giustizia dopo che venne strangolata. Egli non partecipò all’uccisione della donna che materialmente fu ammazzata da Carlo e Vito Cosco. Entrò però nella stanza dove si trovava il corpo di Lea, e in aula racconta quello che vide: “Abbiamo acceso la luce. Il corpo era disteso per terra nel salotto. Era a faccia in giu’, in una pozza di sangue. Il viso aveva grossi lividi. Era stata strangolata, intorno al collo aveva ancora una corda verde, che io riconobbi come quella che era a casa mia e che serviva a chiudere le tende”.

 

Un corpo del quale bisognava sbarazzarsi al più presto. “Mentre il corpo bruciava spaccavamo le ossa” per farlo bruciare prima e per non farlo vedere all’esterno perche’ sporgeva dal fusto di metallo in cui era stato messo. Così Carmine Venturino racconta come lui e Rosario Curcio, entrambi condannati in primo grado all’ergastolo, eliminarono il cadavere di Lea Garofalo nello spiazzo di un magazzino a San Fruttuoso, vicino a Monza. “Abbiamo preso un grosso fusto di metallo, di quelli alti dove si tiene il petrolio. Abbiamo messo il cadavere dentro spingendo il corpo in modo che non uscisse fuori, a testa in giù, dal bordo si intravedevano le scarpe”, ricorda il pentito. “Abbiamo versato benzina e dato fuoco. A un certo punto Curcio mi ha detto che forse non bruciava perche’ non c’era abbastanza aria dentro, e allora con un piccone ho fatto dei buchi al fusto. Anche dopo pero’ il cadavere si consumava lentamente”. Venturino va via, torna e vede il corpo fuori dal bidone. “Curcio lo aveva messo su dei bancali di legno che bruciavano col corpo. La testa praticamente non c’era piu’, erano rimasti le cosce e il busto”. “C’erano frammenti di ossa, con una pala li abbiamo messi insieme ai pezzi di legno, nel fusto, con altra benzina che avevo portato. Alla fine il corpo era carbonizzato, anche se si continuava a vedere una parte del bacino che non bruciava e allora abbiamo fatto un altro fusto”. Nell’aula dove si celebra il processo per l’omicidio di Lea Garofalo dietro a un paravento c’e’ Denise, la figlia della testimone di giustizia uccisa, dietro a un altro il pentito Carmelo Venturino, che racconta nei dettagli, non risparmiando particolari truculenti, come fu uccisa la donna. L’unico commento che Carlo Cosco fece su quanto avvenuto, racconta Venturino, fu: “La bastarda se n’e’ accorta”. Parole pronunciate, riferisce Venturino, dopo avergli chiesto una pomata perche’ aveva il dito mignolo tagliato, segno di una colluttazione. Al pg Marcello Tatangelo che gli domanda se Carlo Cosco gli abbia raccontato come avvenne l’aggressione, Venturino risponde: “si ha a che fare con degli ‘ndranghetisti, io non sono affiliato ma faccio parte della ‘ndrangheta, fare queste domande sarebbe mancanza di serieta’ e lui non mi ha mai detto nulla dell’aggressione”.

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