Il collaboratore di giustizia che uccise il boss racconta: ''Fin da piccolo sognavo di entrare nei clan'' - QuiCosenza.it
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Il collaboratore di giustizia che uccise il boss racconta: ”Fin da piccolo sognavo di entrare nei clan”

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Nato in Liguria con la passione per la criminalità, compì il suo primo omicidio trucidando lo studente ventenne Daniele Delfino.

CATANZARO – Ci sono anche le dichiarazioni del collaboratore di giustizia trentaseienne Gianni Cretarola, pentitosi dopo essere stato arrestato per l’omicidio del boss Vincenzo Femia avvenuto a Roma il 24 gennaio 2013 a dare un contributo significativo alle indagini sul delitto di Ferdinando Rombola, avvenuito 5 anni fa su una spiaggia di Soverato, nel Catanzarese, e per il quale ieri i Carabinieri hanno arrestato 4 persone. Nato a Sanremo da una famiglia di origini calabresi, Cretarola racconta agli inquirenti: “Fin da ragazzo avevo l’aspirazione di essere un affiliato della mafia, mi son sempre dato da fare, passando dal piccolo spaccio di droga al furto di motorini fino all’omicidio“. Cosi’ gia’ all’eta’ di 14-15 anni Cretarola era entrato in contatto con alcuni gruppi criminali di ‘ndrangheta operanti in Liguria, pur non potendo essere affiliato (non poteva essere attivo), non avendo compiuto i 16 anni.

 

“Successivamente – affermò in aula Cretaola – ho conosciuto Mario Mandarano e Massimo Gangemi, sfruttando le mie origini calabresi, ed ho iniziato a spacciare cocaina. Ambivo a fare quella vita e, entrando in contatto con loro avevo notato il loro modo di vivere appariscente, ho fatto loro la proposta di fornitura di droga. Ai tempi riuscivo a smerciare tra i 50 ed i 200 grammi di eroina al giorno. Durante il Festival, ad esempio, c’era più smercio, come durante l’estate e nelle feste. Ricordo, tra le mie frequentazioni con Gangemi, un tatuaggio che si era fatto su un braccio con una rosa a tre foglie, che mi aveva detto significano la ‘picciotteria’, la ‘camorra’ e lo ‘sgarro’. Io, da ragazzino, ambivo ad essere un ‘ndranghetista perché pensavo, erroneamente, che quella fosse la vita giusta, quella che facesse per me. Ma, solo dopo l’affiliazione mi sono reso conto che quei valori non si trovano di certo nella ‘ndrangheta ma solo nella vita civile e normale. Nei miei incontri con Gangemi ricordo che, un suo conoscente calabrese, gli aveva detto che bisognava spingere la candidatura di Gaetano Scullino (ex Sindaco di Ventimiglia, ndr). Ricordo, tra gli altri regali che mi fece Gangemi, anche quel coltello a serramanico con il quale, purtroppo, ho poi commesso l’omicidio Delfino, nel 2001 perchè si pensava fosse l’autore del furto di un motorino del figlio di un amico di Gangemi”.

 

Il suo “sogno” di essere affiliato si realizzera’ durante la detenzione nel carcere di Sulmona. E’ qui che entra in contatto con il gotha della ‘ndrangheta calabrese. Ha spiegato ai magistrati che il suo ingresso nell’organizzazione ha avuto la particolarita’ di vedere tre padrini di tre diverse province: Rocco Fedeli di Sant’Eufemia d’Aspromonte, Michele Bono di Serra San Bruno e Massimo Sestito di Gagliato, paese poco distante da Soverato, nel catanzarese. E’ proprio il legame con i Sestito a consentire a Cretarola di essere a conoscenza di alcuni particolari sulla faida. Il collaboratore ha sostenuto che Massimo Sestito con lo scopo di ottenere il controllo del Soveratese aveva fatto pervenire la richiesta di una somma di denaro di 20mila euro per le sue spese legali. Richiesta avversata da altri gruppi criminali dell’area. Era dovuto cosi’ intervenire il boss dei “viperari” Damiano Vallelunga che con la sua autorita’ aveva imposto l’assegnazione di una parte del territorio ai Sestito.

 

La pax cosi’ raggiunta aveva retto pero’ fino all’omicidio dello stesso Vallelunga. Il pentito ha poi raccontato di un incontro avvenuto a Roma nel settembre 2010 tra Davide Sestito (fratello di Massimo) Fiorito Procopio e Michele Lentini. Un summit a cui, racconta Cretarola, si presento’ armato temendo un agguato. Procopio e Lentini rimproverano lo scarso impegno profuso dai Sestito nella guerra tra clan scoppiata proprio a causa della richiesta di denaro del fratello. L’incontro si sarebbe concluso con la rassicurazione dello stesso Cretarola: “Il dolore che volete mettere voi nelle famiglie lo vogliamo mettere noi, i morti volete fare voi, i morti vogliamo fare noi”.

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