I cervelli calabresi? Rispondono al telefono - QuiCosenza.it
Ritrovaci sui social

Archivio Storico News

I cervelli calabresi? Rispondono al telefono

Avatar

Pubblicato

il

COSENZA – Le intelligenze calabresi? Rispondono al telefono. E’ drammatico il quadro che esce sull’effetto call center alle nostre latitudini e longitudini. I cervelli calabresi pluripremiati con il massimo

dei voti dalle univerisità, così come dai master, o anche dalle scuole di specializzazione, non sono buoni per il mercato del lavoro, o meglio per quello delle professioni, ma, udite udite, sono perfettamente adatti a rispondere al telefono. C’è una larga fetta di cervelli calabresi che, per sbarcare il lunario ed accedere, seppur dalle finestra, nel mercato del lavoro, accetta di essere impiegato nei call center che nascono e si sviluppano come “funghi”, capaci di veicolare i prodotti più in del momento. I requisiti? Un’ottima dizione direte voi. Giusto, ma per essere arruolati nei call center, serve anche la conoscenza delle lingue, e mica stiamo parlando di inglese, francesco o spagnolo, non serve anche il tedesco, il finnico, il polacco, l’uzbeco, il russo e il lappone.

A farci conoscere meglio il fenomeno, qualora noi non ne sapessimo già abbastanza, c’hanno pensato i colleghi Carlo Cuccomarino e Francesco Maria Pezzulli, sulle pagine del Manifesto.

Dall’indagine fatta emerge che in Calabria ci sono oltre 10.000 addetti al call center, più della metà sono dipendenti, spesso part time al 50%, con un contratto di 20 ore settimanali, inquadrati al secondo o terzo livello del CCNL Telecomunicazioni. Il salario è di circa 650 euro. I collaboratori a progetto censiti sono invece quasi 3.000 e guadagnano mediamente, tranne rare eccezioni, intorno ai 400 euro. Il numero degli occupati non è “certo”, ma indicativo, perché il settore ha un alto tasso di tourn over, dovuto soprattutto al sorgere e morire, in breve lasso di tempo, di piccole e medie imprese (ne sono cessate più di venti, dai 30 ai 100 operatori, negli ultimi tre anni), che vivono con saltuarie commesse di sub appalto, acquisite dopo una gara al massimo ribasso.

Il Corriere della Sera, per la penna di Federico Fubini, ha definito Catanzaro “la periferia di Bangalore” per l’alta concentrazione di operatori di call center presenti. A conferma dell’usura di certe categorie possiamo, di converso, affermare che Catanzaro è il centro, o meglio è il cuore, del settore calabrese dei call center. E’ centro rispetto a Cosenza Valley (cosi definita dal management dei call center), dove si de localizza in ragione della presenza di forza lavoro immateriale a prezzi convenienti. Ed è centro anche rispetto a Tirana e Bucarest dove sono presenti più filiali di call center catanzaresi, attratti dal costo del lavoro immateriale ancora più basso della vicina Cosenza. Il cuore catanzarese è composto da 2-3 imprese (su 9 nel capoluogo) che occupano oltre 5 mila addetti (di cui oltre 1.500 in sedi cosentine). Si tratta di società per azioni facenti capo a boss politico imprenditoriali del territorio: Abramo (Customer Care s.p.a.), sindaco di catanzarese di destra, che occupa quasi 3 mila operatori subordinati sindacalizzati con un accordo di stabilizzazione; Infocontat s.p.a., con sede legale a Roma e 12 sedi operative in altrettanti paesi calabresi, con un buon portafoglio clienti (Poste, Telecom, Wind, RCS, Mediolanum, eccetera) e mille operatori a Catanzaro (+ 620 a Cosenza). La Telecontact, del gruppo Telecom, che conta 600 operatori dipendenti ma svolge un ruolo strategico in termini di acquisizione di commesse da case madri esterne e poi lavorate o date in sub appalto. La diretta concorrente di questi gruppi, la Phonemedia, è fallita di recente dopo aver ricevuto circa 10 milioni di euro di finanziamenti pubblici, lasciando in Cassa integrazione oltre 2 mila operatori, alcuni dei quali ancora oggi non hanno ricevuto alcuna indennità. Cosenza, dal canto suo, ha il numero assoluto di imprese più alto. Ma è anche il capoluogo che negli ultimi anni ne ha visto morire di più. Quelle cosentine sono imprese precarie dei servizi immateriali, che forniscono i grandi gruppi nazionali ai quali sono indissolubilmente legate in termini di commesse, senza però nessun vincolo di rapporto. Come accennavamo Cosenza Valley è il contesto regionale dove lo sfruttamento intensivo degli operatori frutta maggiori profitti, in quanto il lavoro immateriale costa meno e le implicazioni giuridiche del rapporto con gli operatori sono quasi inesistenti. Non è un caso che la multinazionale Almaviva, sbarcata a Cosenza con il “salvataggio” (acquisto) della milanese Call&Call, chiede la Cassa Integrazione di 632 dipendenti nella sede di Roma e allo stesso tempo prevede un piano di 250 assunzioni nella sede cosentina. Su 2800 collaboratori a progetto presenti nella regione, quasi 2000 lavorano a Cosenza. Reggio Calabria è invece un caso a se e pare avere pochi legami con le altre province: sono presenti oltre mille operatori, meno della metà collaboratori a progetto; 3 imprese di medie dimensioni (200 – 250 operatori) e 8 piccole imprese (30 – 100 operatori). Le prime hanno sede legale fuori dalla regione, a Milano soprattutto. Si tratta della System House, cresciuta nell’ambito del BIC Calabria; della Call&Call, già proprietaria di una sede nel Cosentino (oggi Almaviva), che occupa a Locri oltre 260 dipendenti; della Giary group, che ha mandato 58 persone in Cassa Integrazione, per le quali, garantisce il sindacato, è previsto a breve il rientro. Ed a definire il quadro c’è la ESG, società romana controllata da Antonio Persici e dalla moglie Mariarosa Rossi (nominata onorevole da Silvio Berlusconi e sua segretaria personale), che dal 2007 al 2010 ha ricevuto dal Comune di Reggio Calabria quasi 5 milioni di euro per il servizio “chiamareggio”, prima gestito da due società partecipate dal comune.

Il Corriere della Calabria, settimanale regionale, diretto da Paolo Pollichieni, una delle firme più autorevoli nel panorama giornalistico regionale e nazionale, in uno dei suoi reportage ha battezzato i call center come “la mirafiori calabrese”. Seppur usuale, la definizione calza meglio di quella di Fubini, dal momento che lo sfruttamento degli operatori avviene in buona parte in termini tradizionali. Nuovi soggetti al lavoro e vecchie forme di sfruttamento, cosi potremmo sintetizzare i rapporti interni di un call center, dove gli operatori sono imbrigliati (loggati) in una rete informatica, comandati attraverso procedure simili a quelle della fabbrica taylorista e sfruttati sulla base del tempo come misura del valore lavoro. La differenza sostanziale con la Mirafiori di un tempo è che i call center non producono oggetti materiali, ma vendono servizi ed assistenza, attività per le quali servono abilità non materiali, qualità che sono acquisite attraverso le esperienze di vita e socializzazione, non sul posto di lavoro. Si tratta di capacità linguistiche, comunicative e relazionali che rappresentano a tutti gli effetti “l’insieme delle facoltà umane” e che, in quanto tali, sono inseparabili dal soggetto che le detiene. Sono qualità legate alla riflessività dei soggetti che tendono a generare nuove conoscenze nell’ambito delle prestazioni lavorative. Nonostante i tentativi aziendali di irregimentare le condotte degli operatori in schemi predefiniti di gestione delle telefonate (script sui comportamenti verbali e non verbali da intrattenere nelle varie fasi dell’interlocuzione) quello dell’operatore di call center è un lavoro non standardizzabile, perché attiene alla biologia del soggetto, ai suoi sentimenti ed alla capacità di razionalizzazione, alla versatilità ed alla reattività che è in grado di esprimere, ai saperi che riesce a funzionalizzare e comunicare, eccetera. In una parola: è un lavoro bioeconomico, che per essere produttivo deve essere in grado di sviluppare reti di relazioni: empatiche, con i clienti; cooperative, con gli altri operatori. Lo sfruttamento nei call center è emblematico del capitalismo cognitivo, dove la separazione del lavoratore dal mezzo di lavoro non può verificarsi in nessun modo e la prestazione lavorativa, di fatto, è quasi completamente interiorizzata.  L’organizzazione del lavoro di un call center, praticamente, è la risposta al fatto che al management è impossibile intervenire direttamente sul principale mezzo di produzione. Per far fronte ad un simile vincolo, che si presenta come insopportabile, vengono definite le linee di comando a monte del processo lavorativo, tramite sistemi informatici che permettono la gestione del contatto con il cliente ed il controllo continuo dell’attività autonoma degli operatori. Tale controllo si esplica attraverso una serie di tecniche di sorveglianza, finalizzate a valutare complessivamente le performance dell’operatore, a valle del processo, sia in termini di produttività registrata che di adeguamento al sistema organizzativo. Ciò comporta che gli operatori, di frequente, sottostanno all’intensificazione delle esigenze produttive tramite forme di autocontrollo (o auto repressione) che, per una sorta di perversa imitazione, diventano le forme comportamentali dominanti all’interno degli stabilimenti. Tali forme sono funzionali al tipo di organizzazione del lavoro vigente nei call center, che spinge al massimo la cooperazione e la comunicazione che le tecnologie digitali (ossia i software ai quali sono loggati gli operatori) richiedono. Anche qui una differenza rispetto alla passata stagione industriale, nel senso che nei call center non siamo in presenza della classica cooperazione di fabbrica (generalmente, due persone vicine che svolgono operazioni disgiunte per uno scopo comune) quanto piuttosto siamo in presenza di un insieme di comportamenti multilaterali degli operatori, tecnico scientifici e intellettuali, che garantiscono l’intero processo produttivo.

Parliamo di una cooperazione insita negli operatori, nelle attività che svolgono e negli strumenti informatici che utilizzano. Il tempo passa, il tempo d’attesa al telefono aumenta, il tempo è denaro Il tempo è tutto nel call center. 

Archivio Storico News

Cosenza e Paganese ci provano fino alla fine, ma a Pagani finisce senza reti. Rossoblu spreconi nel primo tempo

Marco Garofalo

Pubblicato

il

Scritto da

Le due squadre danno vita ad una bella gara, ricca di emozioni e azioni da rete, ma il risultato non si schioda dallo 0 a 0. Per i rossoblu è il sesto risultato utile consecutivo. Cosenza migliore nella prima frazione di gara. Annullata una rete a La Mantia nella ripresa
(altro…)

Continua a leggere

Archivio Storico News

Sparatoria con due morti a Roma, convalidato il fermo di un giovane calabrese

Avatar

Pubblicato

il

Scritto da

E’ ancora da chiarire del tutto i motivi del litigio anche se tra Scarozza e Ventre vi erano dei dissidi dovuti a una relazione che il più giovane aveva con l’ex moglie di Fabrizio Ventre.

 
(altro…)

Continua a leggere

Archivio Storico News

Il caso Legnochimica arriva in Senato, si chiede ai ministri il perché del blocco della bonifica

Avatar

Pubblicato

il

Scritto da

Continui rimpalli di responsabilità e aumento di patologie ‘anomale’ tra i residenti, cosa intende fare il Governo? (altro…)

Continua a leggere

Di tendenza