Nursing Up: «indagine registra dimissioni di infermieri e OSS dai pronto soccorso» - QuiCosenza.it
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Nursing Up: «indagine registra dimissioni di infermieri e OSS dai pronto soccorso»

De Palma: «Siamo di fronte a una nuova emorragia che colpisce una sanità pubblica già carente. Toscana, Campania, Calabria (Rossano) i casi più eclatanti, ma non gli unici»

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ROMA – Fuga dai Pronto soccorso. «Il Covid, non ci sono dubbi, ha acuito maledettamente il peso del lavoro dei professionisti della sanità: se ci riferiamo agli infermieri italiani, non ci inventiamo nulla, e certo non drammatizziamo, se li definiamo ancora oggi sottopagati, precari e ingabbiati in realtà dove non riescono a esprimere il loro potenziale. Poiché, nei fatti, non vengono messi nelle condizioni di farlo». Così Antonio De Palma, Presidente del Sindacato Nursing Up.  «La pandemia, questa non è certo retorica, ha scoperchiato un pentolone bollente, mettendo a nudo casi scabrosi. La realtà a cui siamo di fronte ci preoccupa non poco: è notizia di qualche giorno fa che in Toscana, avremmo toccato la soglia del 25% per quanto riguarda l’emorragia di personale sanitario in tutta la Regione. In particolare sono i pronto soccorsi a essere in debito di ossigeno, con numerose dimissioni di infermieri, medici e altri operatori negli ultimi mesi».

Non bastavano le continue fughe di colleghi dalle RSA, con Lombardia, Veneto, Piemonte ai primi posti. Ora emerge anche una nuova piaga da debellare, in una Sanità Pubblica già claudicante. Chi sopperisce alle carenze di personale di fronte a una situazione del genere, a prova di bomba, in un Paese dove tocchiamo circa 80mila unità di infermieri che oggi mancano all’appello? In poche parole, numerosi professionisti della sanità decidono, giorno dopo giorno, di dimettersi dai loro incarichi nei pronto soccorsi: turni massacranti in virtù di ricambi a singhiozzo causati della cronica carenza di colleghi, paghe ridicole, scarsa valorizzazione, pericolosa superficialità, a loro modo di vedere, problemi per la sicurezza personale in termini di rischio di contagi negli ultimi tragici mesi della pandemia.

E in tal senso le nostre indagini vengono oggi corroborate anche dai dati della FNOPI, che ha confermato che in Italia, in questo momento, partiamo da una necessità di copertura di 63mila infermieri (erano 53mila prima del virus).

A questa cifra noi aggiungiamo gli infermieri di famiglia necessari, quelli indicati dall’AGENAS, uno ogni 2000-2500 abitanti, che si traducono in ben 24mila unità extra mancanti all’appello. Considerato che la Federazione, nei suoi conteggi, aveva già incluso i 9600 infermieri considerati inizialmente dal Dl Rilancio, ne mancano quindi ben 14mila, che vanno sommati ai 63mila.

Ed ancora vanno considerati quelli che devono dar corpo e sostanza alla disposta riorganizzazione delle terapie intensive italiane durante il periodo dell’emergenza. Cosa succede allora se anche la preziosa realtà del sistema emergenziale della nostra sanità pubblica comincia a perdere i pezzi in reparti nevralgici come un pronto soccorso? Come possono, i pochi colleghi rimasti sul campo, agire nel migliore dei modi, nel momento in cui si registrano aumenti di ricoveri, all’interno di ospedali spesso vetusti e fatiscenti? Soprattutto c’è davvero ancora da chiedersi perchè gli operatori sanitari arrivano al punto di rassegnare le dimissioni?. Ci corroborano, nella nostra inchiesta, gli scritti di autorevoli testate, con i quali, solo per rinfrescare la memoria di chi li ha già letti, procediamo a ritroso partendo da settembre».

I casi del 2021, i più eclatanti, non certo gli unici 

Trentino Alto Adige, Bolzano: pronto soccorso del San Maurizio nel caos. Fuggi fuggi di infermieri che va avanti almeno da due anni e che ricade sulla qualità del servizio offerto ai pazienti.

Lombardia, Varese: gli infermieri del Pronto soccorso dell’Ospedale di Circolo non ci stanno più e chiedono in massa il trasferimento verso altre unità operative.

Personale sottonumero e troppi i pazienti da ricoverare, troppi anche (fino a 40) quelli che restano due o tre notti in Ps in attesa che si liberi un posto letto in un’area di degenza e che si sommano agli accessi quotidiani, aumentando esponenzialmente il numero di assistiti da monitorare e gestire da parte degli infermieri.

Campania, Napoli, Ospedale del Mare: ad aprile di quest’anno a lasciare l’ospedale del mare con le dimissioni è stato il primario di rianimazione Pio Zanetti, che ha preferito dedicarsi all’attività nel settore privato. L’ultimo in ordine di tempo è stato il dirigente apicale del reparto di chirurgia Pietro Maida che ha rassegnato le dimissioni. Ormai possiamo parlare di fuga dall’ospedale che doveva essere il più all’avanguardia della Campania e del Mezzogiorno.

Calabria: È fuga dal pronto soccorso a Rossano. E’ troppo il carico di lavoro che l’intero personale è costretto a sobbarcarsi. Ben 9 infermieri che si sarebbero ammalati, da ultimo gli ultimi due, su un organico di 20 unità. Personale stremato e sotto stress, che ha combattuto e continua a lottare , con i flussi di pazienti Covid e pazienti ordinari.

Operatori non vaccinati sospesi

«E in tutto questo – prosegue De Palma – le aziende sanitarie italiane, in questi giorni stanno sospendendo, senza colpo ferire, decine e decine di operatori non vaccinati. Attenzione, perchè noi infermieri crediamo nell’evidenza scientifica e nella vaccinazione come strumento principale di prevenzione, e lo dico per scansare il campo da qualsiasi equivoco, ma ciò nonostante, nessuno deve infilare la testa sotto la sabbia di fronte alle incongruenze che si stanno verificando. Insomma, qualcuno deve pur avere il coraggio di dire certe cose , perchè stiamo parlando anche di quei professionisti che hanno messo a repentaglio la loro vita per la collettività sociale durante tutto il periodo dell’emergenza. Il nostro sindacato – prosegue – riceve decine di lettere ogni giorno da parte loro, e tra questi di sono quegli stessi colleghi che si sono infettati nel periodo clou della pandemia, perchè sforniti dei necessari presidi a tutela della loro sicurezza, ed ai quali lo Stato non ha garantito, per lunghe settimane, proprio quegli strumenti minimi dei quali avevano bisogno. Si signori, tra loro c’è anche quella stessa gente che tutti chiamavano eroi».

«Dura tanto poco la nostra riconoscenza nei loro confronti? Nessuno di loro, ripeto nessuno, si è mai rifiutato di prestare servizio all’inizio dell’emergenza, nel momento in cui le aziende sanitarie non erano in grado di garantirgli gli strumenti di sicurezza, nessuno si è appellato alla legge, che pure esisteva e che gli avrebbe consentito di rinunciare ad eseguire le proprie prestazioni in carenza dei dispositivi di protezione necessari a proteggere la loro incolumità personale.

Alla fine stiamo parlando di quegli stessi infermieri, tra gli altri, che, dopo 24 ore continuative di servizio, non avevano nemmeno la forza di allontanarsi dall’ospedale e giravano per le corsie con il volto segnato dalle ecchimosi provocate dagli strumenti di prevenzione. Parliamo di gente che non ha visto i propri figli per giorni e giorni, di gente che si è infettata in servizio e che ancora oggi ne paga le conseguenze. Ebbene questa gente è oggi costretta a far mancare il pane a quei figli, nella generale indifferenza. Per noi tutto questo non è degno di una società civile. Non va bene quello che sta accadendo: mentre viene esteso il green pass a quasi tutti i principali ambiti della vita sociale, nessuno pensa a metter mano a quella norma tanto iniqua e disfunzionale, che le aziende sanitarie stanno trasformando in una sorta di mannaia, che consente loro allontanamento e privazione dello stipendio. Davvero non esistono differenti modalità di impiego di quei pochi sanitari , come prevede la legge? Alla fine, chi è che verifica che le aziende sanitarie abbiano effettivamente provveduto, come indicato dalla norma, a cercare ogni tipologia di impiego alternativo dei sanitari, prima di allontanarli dal servizio? Con la grave penuria di personale che oggi denunciamo è davvero accettabile di veder sospesi operatori sanitari, che invece sarebbero preziosi per il funzionamento dei servizi, beninteso in impieghi alternativi come la legge indica? E che male hanno fatto i colleghi che restano? Parliamo degli infermieri o dei medici sui quali ricade tutto il lavoro che avrebbero dovuto svolgere i colleghi sospesi».

Richiamare il personale sospeso

«Chiediamo alle aziende sanitarie di effettuare una tempestiva ed approfondita revisione della propria organizzazione interna, richiamando subito in servizio gli infermieri ed i medici sospesi, per attribuirli, come peraltro la legge indica, ad attività alternative, non a contatto con soggetti a rischio, come ad esempio la telemedicina, la tele comunicazione sanitaria e/o il servizio attivo nelle centrali operative ai vari livelli del SSN, oppure in ogni altro contesto aziendale laddove possa essere evitato il loro contatto diretto con pazienti e/o altri soggetti indicati dalla legge. Naturalmente i nostri infermieri, quelli che restano in servizio, saranno i primi a denunciare le realtà scabrose, poco degne di un Paese civile, in cui sono costretti a lavorare, tra turni massacranti e strutture vetuste. Dove anche la sicurezza del personale, con una pandemia non ancora definitivamente alle spalle, può essere messa, ogni giorno, a serio rischio, in tanti modi».

Calabria

Occhiuto “norme e paletti sull’assunzione degli specializzandi lasciano poco margine”

La replica di Occhiuto a Anaao Assomed “assumere gli specializzandi non è bere un bicchier d’acqua come qualche sindacalista vorrebbe far credere”

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COSENZA – Continua a far discutere (tra favorevoli e contrari) l’accordo siglato dal Governatore e commissario della sanità in Calabria Roberto Occhiuto sul reclutamento 500 medici cubani. Scelta duramente contestata dalle associazioni dei Medici Anaao Assomed che ha parlato di scelta sconcertante e “fantasia creativa delle Regioni che si illudono di trovare soluzione a problemi strutturali attraverso provvedimenti estemporanei, dal vago sapore elettorale. L’associazione ha criticato soprattutto il fatto che 500 medici specializzandi, con un know-how di conoscenze già integrate nel SSN, sarebbero ben lieti di lavorare stabilmente in Calabria coronando il loro cammino professionale e assicurando una boccata d’ossigeno al sovraccarico di lavoro dei medici calabresi e ponendo fine a situazioni vergognose.

Nel pomeriggio è arrivata la replica di Occhiuto che difende la scelta evidenziando le grandi difficoltà burocratiche che ci sono in Italia .

“Secondo Anaao Assomed e Anaao Giovani in Calabria ci sono ‘oltre 500 medici specializzandi, con un know-how di conoscenze già integrate nel Ssn, che sarebbero ben lieti di lavorare stabilmente’. Ma purtroppo  – spiega Occhiuto – questi giovani non possono essere tutti assunti dalle strutture del sistema sanitario regionale. La nostra Regione, nei mesi scorsi, grazie ad accordi specifici con le Università di Catanzaro, di Messina e di Roma Tor Vergata, ha assunto decine di medici specializzandi del terzo, quarto e quinto anno, ma le maglie abbastanza strette della legislazione vigente non ci permettono di sopperire solo con questi innesti alla carenza di personale dei nostri ospedali. E non è vero che i 500 medici di cui parlano Anaao Assomed e Anaao Giovani sono tutti assumibili, anzi è esattamente il contrario: solo pochi di loro possono essere reclutati”.

“Il decreto Calabria (art. 1, c. 547 ess., I. 145/2018) – spiega ancora Occhiuto -, infatti, ci dà l’opportunità di coinvolgere i nostri giovani, ma il successivo accordo quadro, emanato con D.I. n. 1276 del 10.12.2021, pubblicato in Gazzetta Ufficiale in data 20.04.2022, disegna la cornice all’interno della quale le Regioni possono operare. In particolare gli specializzandi possono essere assunti a partire dal terzo anno solo ed esclusivamente nei presidi sanitari che risultano accreditati come strutture formative collegate per le diverse Scuole di Specializzazione. A tal proposito è necessario che queste strutture posseggano definiti volumi assistenziali. Il collegamento di una Scuola di Specializzazione con le strutture ospedaliere si basa su precisi criteri stabiliti dal DI 402/2017 ed è una scelta delle singole Scuole di Specializzazione. Proprio per questo motivo solo alcune delle strutture del sistema sanitario regionale possono fare parte della rete formativa. E solo queste possono assumere i medici in formazione con contratto a tempo determinato e per un monte orario ridotto (per tanti ospedali è, dunque, impossibile accedere a queste opportunità)”.

“Infine – ma forse è l’aspetto più importante – bisogna rispettare il vincolo disciplinare d’interesse: ad esempio, chi è iscritto alla scuola di igiene deve essere assunto da un Dipartimento di prevenzione, non può trovare impiego nei pronto soccorso o in altri reparti, chi è iscritto alla scuola di cardiologia può lavorare solo in un reparto di cardiologia, e così via. Da come scrive Anaao sembrerebbe, invece, che in Calabria sia presente una flotta di specializzandi da poter assumere nell’immediato e da mandare in qualsiasi reparto di qualunque presidio ospedaliero. Non è così. Insomma, assumere gli specializzandi non è bere un bicchier d’acqua come qualche sindacalista vorrebbe far credere. Ed è anche per questo che abbiamo deciso di firmare l’Accordo di cooperazione con i medici cubani. Ovviamente si tratta di un’intesa emergenziale, e ci auguriamo che il prossimo governo possa intervenire celermente per semplificare il quadro normativo e permetterci nuove e cospicue assunzioni. La Calabria, in questo momento, non ha un problema di deficit, potrebbe assumere subito fino a 2mila medici, ma ha le mani legate”.

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Calabria

L’allarme – FenealUil Calabria “La salute dei ponti e viadotti non ci lascia tranquilli”

“chiediamo l’avvio di una seria campagna di ripristino e manutenzione di queste opere pubbliche che sembrano cadute nel dimenticatoio”

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COSENZA – “Lo stato di salute dei nostri ponti e dei nostri viadotti non ci lascia tranquilli. Anni di mancata o scarsa manutenzione hanno finito per indebolire strutturalmente queste importanti opere viarie, spesso unico punto di collegamento e passaggio obbligato per i residenti delle aree interne della nostra regione. Da tempo stiamo segnalando questa problematica, da sempre chiediamo l’avvio di una seria campagna di ripristino e manutenzione di queste opere pubbliche che sembrano cadute nel dimenticatoio di una classe dirigente troppo spesso in altre faccende affaccendata”. È quanto afferma in una nota Maria Elena Senese Segretario generale FenealUil Calabria

“E’ necessario, infatti, procedere all’avvio di una seria campagna di manutenzione, ordinaria e straordinaria di ponti e viadotti che, purtroppo, stanno mettendo in risalto i danni i un tempo troppo lungo di incuranza e indifferenza e riduca i rischi per gli automobilisti e ripristini un normale stato di sicurezza infrastrutturale. Alla Regione Calabria – prosegue la Senese – , poi, chiediamo di farsi interlocutrice pressante nei confronti di tutti quegli enti che avrebbero dovuto avere a cuore la manutenzione di queste infrastrutture viarie. Ai vertici della Cittadella regionale, ancora, chiediamo che fine abbia fatto il censimento di queste opere infrastrutturali che, dopo un primo clamore mediatico, pare essere sparito nei cassetti di una burocrazia distratta e insipiente. In Calabria è tempo di fare e non di annunciare. La nostra regione non può attendere, non può finire ingabbiata in una campagna elettorale senza fine, i calabresi pretendono che i loro problemi, dalla manutenzione delle infrastrutture viarie all’erogazione di qualsiasi tipo di servizio, vengano affrontati e risolti”.

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Calabria

Altro sbarco di migranti in Calabria: in 28, tutti provenienti dal Bangladesh

Con quello di oggi pomeriggio è salito a 40 il numero degli sbarchi che finora si sono verificati nella sola striscia di costa della Locride nel 2022

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ROCCELLA JONICA – Altro sbarco di migranti nel porto di Roccella Jonica. Dopo l’arrivo di martedì scorso di 244 profughi tra cittadini egiziani e siriani e tutti maschi, oggi, a seguito di un’operazione di soccorso in mare compiuta dai militari della Guardia Costiera di Roccella diretta dal tenente di vascello Tommaso D’Arpino, sono giunti 28 migranti, tra cui una donna, tutti provenienti dal Bangladesh.

Prima di essere trasferiti, per motivi di sicurezza viste le condizioni non buone del mare, sulla motovedetta della Guardia costiera, i migranti si trovavano a circa 10 miglia di distanza dalla costa calabrese, al largo di Capo Spartivento, a bordo di una piccola barca alla deriva partita circa 6 giorni fa dalle coste della Libia. Al porto roccellese, su una delle banchine più grandi dello scalo, i 28 profughi, poco dopo lo sbarco, sono stati sottoposti al test del tampone molecolare anticovid e successivamente e temporaneamente sistemati in una tensostruttura gestita dai volontari della Croce Rossa e della Protezione civile.

Con quello di oggi pomeriggio è salito a 40 il numero degli sbarchi che finora si sono verificati nella sola striscia di costa della Locride nel 2022. Dei 40 sbarchi con oltre 8mila arrivi, 33 si sono verificati nel solo porto di Roccella.

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