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Calabria

Discriminazioni territoriali, tagli e limiti di un commissariamento lungo 11 anni

Il commissariamento della sanità calabrese è una lunga e controversa storia iniziata nel 2009 fatta di buchi miliardari e inefficienze

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COSENZA – La pronuncia con cui la Consulta ha dichiarato la parziale incostituzionalità del Decreto Calabria bis non fa che evidenziato ancora una volta come lo strumento del commissariamento nella nostra regione, così come disposto dal provvedimento de Governo, non sarebbe stato in alcun modo risolutivo delle criticità che hanno messo all’ultimo posto la nostra regione che ben undici anni sottoposta alla gestione straordinaria e affidata nel tempo a cinque commissari in buona parte alti ufficiali delle forze dell’ordine, un mare di polemiche e di critiche, e la sostanziale inutilità dell’istituto. Il commissariamento della sanità calabrese da parte del governo nazionale è una lunga e controversa storia, sulla quale ora pesa come un macigno l’odierna sentenza della Corte Costituzionale che, seppur in parte, ha bocciato in parte il “Decreto Calabria” approvato, nella seconda versione, a fine 2020 mettendo a nudo tutti i limiti di un decreto che sia nella prima versione che in quella successiva, ma messo a nido la mancanza di principi di sussidiarietà e di tutela delle autonomie locali creando ulteriori discriminazioni a discapito del territorio.

Il piano “lacrime e Sangue” nel 2009

Le vicende che hanno portato al commissariamento della sanità calabrese prendono le mosse nel 2009, quando emerge in tutta la sua gravità stato di profondissima crisi del settore calabrese, schiacciato dai debiti, quantificati in via approssimativa nell’ordine di 1,6 miliardi di euro, dai buchi di bilancio delle aziende sanitarie, dagli sprechi, dalla bassa qualità delle prestazioni, e anche dalle infiltrazioni della criminalità organizzata. L’allora presidente della Giunta regionale, Agazio Loiero (Margherita e poi Pd) riesce tenacemente ad evitare il commissariamento da parte del governo nazionale, che tuttavia impone alla Calabria l’adozione di un piano di rientro da “lacrime e sangue”, fatto di pesanti tagli alle strutture ospedaliere e alle incontrollate voci di spesa. Il commissariamento scatterà con il successore di Loiero alla guida della Regione, Giuseppe Scopelliti (Pdl), nominato commissario ad acta dal governo nazionale il 30 luglio del 2010, con l’affiancamento di due sub commissari, tra cui un generale della Guardia di Finanza, Luciano Pezzi, che a sua volta diventerà commissario nel settembre 2014 dopo le dimissioni da governatore dello stesso Scopelliti, coinvolto in un’inchiesta giudiziaria. Tra i primi atti che Scopelliti attuerà quale commissario della sanità calabrese, la chiusura e la riconversione di oltre una quindicina di ospedali, ritenuti insicuri e inutilmente costosi.

L’era Scura e il piano covid di Cotticelli

Dopo Scopelliti si aprirà la fase dei commissari non presidenti di Regione: nel 2015 il governo nazionale a trazione centrosinistra nomina come commissario ad acta della sanità calabrese, l’ingegnere Massimo Scura, di area Pd, che tuttavia entrerà subito in conflitto con il governatore dell’epoca, Mario Oliverio, anch’egli democrat. Dopo Scura sarà la volta del generale dei carabinieri Saverio Cotticelli, nominato dal primo governo Conte, quello a trazione M5S-Lega (anche se in quota penstastellata) a dicembre 2018. Sono i mesi in cui l’allora ministro della Sanità Giulia Grillo, del Movimento 5 Stelle, elabora il “Decreto Calabria” che di fatto potenzia la figura e i poteri del commissario di designazione governativa. La parentesi di Cotticelli si conclude, piuttosto ingloriosamente, nell’autunno del 2020, all’indomani di un’intervista televisiva nella quale il generale ammette di non aver compreso che tra le sue competenze rientrava anche la stesura del piano anti Covid 19 della Regione Calabria.

L’approvazione del Decreto Calabria e l’era Longo

Dopo le dimissioni di Cotticelli si assisterà un incredibile “balletto” sulla figura del suo successore, con una lunga serie di nomi “bruciati” tra rinunce o rifiuti, un “balletto” che andrà avanti per settimane, fino a fine novembre 2020, quando il secondo governo Conte, quello a guida M5S-Pd, nomina l’attuale commissario della sanità calabrese, il prefetto Guido Longo. Nel frattempo, il governo a fine anno vara una seconda versione del “Decreto Calabria“, che rafforza ancora di più l’istituto del commissariamento. Quello del prefetto Longo è l’ultimo capitolo di una storia lunga ormai undici anni, caratterizzati essenzialmente da un dato: a distanza di tanto tempo il commissariamento non sembra aver risolto i problemi della sanità calabrese, che, anzi, sembra scontare ancora i gravi problemi che ne avevano motivato la gestione straordinaria a livello centrale, vale a dire livelli essenziali di assistenza sotto la media nazionale, disordine e confusione gestione e amministrativa, un debito commerciale ancora quantificato in circa due miliardi, e le ormai costanti e consistenti perdite di esercizio con i conseguenti disavanzi di bilancio.

Su tutto questo contesto si abbatte adesso la decisione della Corte Costituzionale di censurare, sia pure parzialmente, alcune norme che presiedono il commissariamento della sanità calabrese: una sentenza, quella della Consulta, destinata ad aprire una nuova e imprevedibile pagina del più tormentato settore della pubblica amministrazione in Calabria.

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Roberto Occhiuto: “se sarò eletto chiederò di essere commissario sanità”

Lo dice il candidato di Forza Italia in Calabria, dopo un incontro a Madrid con la presidente della regione madrilena Isabel Díaz Ayuso

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MADRID – “Se dovessi essere eletto presidente della regione Calabria chiederò al governo, che mi pare disponibile, di assumere il governo della Sanità io stesso” ed essere nominato “commissario della Sanità“: lo dice Roberto Occhiuto, candidato di Forza Italia in Calabria, dopo un incontro avvenuto a Madrid con la presidente della regione madrilena Isabel Díaz Ayuso, a cui si è recato con il coordinatore nazionale del suo partito, Antonio Tajani. “Dalla riforma della Sanità in Calabria dipende davvero la possibilità di cambiare questa regione”, ha aggiunto Occhiuto, secondo cui il modello di gestione del Covid adottato a Madrid “si è segnalato come uno dei più efficienti in Europa” e da lì si possono “importare buone pratiche”.

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‘Ndrangheta, estradato in Italia il boss Francesco Pelle. Ordinò la “Strage di Natale”

Azione che sfociò successivamente nella vendetta della consorteria avversaria nella famosa strage di Duisburg del 2007

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REGGIO CALABRIA – Con un volo proveniente dal Portogallo, ha fatto rientro in Italia Francesco Pelle (conosciuto come Ciccio Pakistan), già latitante di massima pericolosità inserito nel programma speciale di ricerca del Ministero dell’Interno, condannato in via definitiva alla pena dell’ergastolo in quanto riconosciuto colpevole di omicidio aggravato dalle finalità mafiose di Maria Strangio (la cosiddetta “strage di natale del 2006″ la cui risposta della consorteria avversaria fu la successiva e sanguinosa “strage di Duisburg” avvenuta del 2007 dove morirono 6 persone ritenute vicine alla cosca Pelle-Vottari). Pelle il 31 luglio 2006 rimase ferito alla schiena perdendo l’uso delle gambe.

La sedia a rotelle sulla quale è costretto a vivere non gli ha impedito di diventare un boss, organizzare la rappresaglia contro la cosca Nirta-STrangio e, soprattutto, di darsi alla latitanza per due volte. La prima fu interrotta nel 2008 da un blitz del Ros di Reggio Calabria all’epoca guidato dal colonnello Valerio Giardina e dal maggiore Gerardo Lardieri. Mentre tutti gli davano la caccia, “Ciccio Pakistan” era ricoverato sotto falso nome a Pavia, nel reparto di neuro-riabilitazione della Clinica Fondazione Maugeri. Pelle era curato a spese del servizio sanitario nazionale e dalla sua stanza in ospedale comunicava attraverso Skype con gli uomini della cosca rimasti liberi dopo l’operazione Fehida, coordinata dal magistrato Nicola Gratteri, oggi procuratore capo di Catanzaro, allora in servizio a Reggio Calabria. Nel settembre 2017 Pelle era tornato libero per scadenza dei termini di fase del processo alle cosche di San Luca. La sua condanna era stata annullata con rinvio dalla Cassazione. Per due anni è stato sottoposto all’obbligo di dimora a Milano in attesa della sentenza definitiva. Ma quando la Suprema Corte ha confermato la condanna, Ciccio Pakistan, non c’era più. Di nuovo latitante.

Palle è stato arrestato a Lisbona il 29 marzo scorso (dove era ricoverato per il covid) ed era latitante dal giugno 2019,  sulla base di un mandato di arresto europeo, eseguito dalla Unità Nazionale Antiterrorismo della Policia Judiciaria portoghese, nell’ambito di un’operazione di polizia resa possibile dalla cooperazione fornita dal Reparto Operativo del Comando Provinciale di Reggio Calabria e dal Gruppo Carabinieri di Locri, sotto l’egida della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, diretta dal Procuratore della Repubblica Giovanni Bomabardieri. Poco prima della sentenza della Corte di Cassazione, che ne decretò la condanna definitiva, Francesco Pelle fece perdere le sue tracce.

Le attività di Polizia Giudiziaria hanno beneficiato dei canali di cooperazione internazionale attivati dai Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria, con l’assistenza tecnica del progetto I-CAN, una rete internazionale interforze a contrasto di una delle mafie più pericolose al mondo, la ‘Ndrangheta. I Carabinieri  del Reparto Operativo reggino, collaborato dai colleghi del Gruppo di Locri e della Compagnia di Bianco, nell’ambito delle indagini coordinate dalla Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia, nelle persone del Procuratore Giovanni Bombardieri, del Procuratore Aggiunto Giuseppe Lombardo e del Sostituto Procuratore Alessandro Moffa, riuscirono a seguire le tracce  del latitante e, in ultimo, lo localizzarono nella penisola iberica, dove è stato arrestato in una struttura ospedaliera lusitana.

 

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“Il Ponte sullo Stretto? Costa 10 miliardi..e la statale 106 attende”

L’Organizzazione “Basta Vittime Sulla Strada Statale 106” rende nota l’audizione in Camera dei deputati e attacca i parlamentari calabresi

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COSENZA – “Nessun parlamentare calabrese ha chiesto al ministro delle infrastrutture se è più utile il ponte oppure l’ammodernamento della statale 106 su cui, ormai da mesi, assistiamo solo ad annunci e propaganda”. Così l’organizzazione di volontariato “Basta Vittime Sulla Strada Statale 106” che rende noto che nella giornata di ieri il Ministro delle Infrastrutture Giovannini è stato audito sull’Attraversamento dello Stretto di Messina dalle Commissioni riunite Ambiente e Trasporti della Camera dei Deputati.

“Giovannini ha iniziato alle 8:35 spiegando che sul Ponte sullo Stretto di Messina furono istituite presso il Ministero delle Infrastrutture addirittura due gruppi di lavoro: uno il 27 agosto 2020 e l’altro il 3 settembre 2020 dall’Ex Ministro del Partito Democratico Paola De Micheli. Ha poi evidenziato – prosegue l’associazione – che le motivazioni alla base della realizzazione di quest’opera sono riconducibili al “trend negativo della popolazione”, al “trend negativo dell’occupazione” ed al “trend negativo del PIL” parametri che – secondo il Ministro – grazie all’avvio del Ponte possono invece tornare a crescere. La novità più interessanti che ha avuto modo di esternare il Ministro Giovannini sono essenzialmente due: la prima è quella relativa ai costi poiché, da ciò che emerge, il Ponte sullo Stretto di Messina potrà essere realizzato per importo totale di oltre 10 miliardi di euro; è stato già disposto con la Legge di Bilancio del 2021 un finanziamento di 50 milioni di euro per la redazione di un progetto di fattibilità tecnica ed economica al fine di confrontare le due soluzioni di collegamento che potrebbe concludersi entro la primavera del 2022, così da avviare un dibattito pubblico sull’opera ed ha, infine, annunciato l’istituzione di un nuovo gruppo di lavoro dedicato a supportare e coordinare l’intero processo, con la partecipazione di esperti e rappresentanti dei Ministeri coinvolti”.

Gli interventi in aula

L’associazione Basta Vittime riporta gli interventi “per formulare quesiti ed osservazioni i deputati Paolo FICARA (M5S) che osserva che il contenuto della 158 pagine della relazione sul Ponte sullo Stretto è parecchio lacunosa su molti aspetti; Stefania PRESTIGIACOMO (FI) chiede al Ministro perché viene dato peso al lavoro dei due Gruppi di Lavoro istituiti dalla Ex Ministra del PD De Micheli e non, invece, all’iter procedurale dell’Opera che dura da decenni ed è – dal punto di vista legale – l’unico faro da seguire; Chiara BRAGA (PD) rivendica la straordinario importanza del lavoro svolto dai due Gruppi di Lavoro; Edoardo RIXI (LEGA) chiede al Ministro quanto è costato allo Stato il lavoro svolto dai due Gruppi di Lavoro; Luciano NOBILI (IV) chiede di partire subito; Tommaso FOTI (FDI) afferma che Fratelli d’Italia è favorevole al Ponte; Rossella MURONI (M-MAIE-PSI-FE) chiede ulteriori approfondimenti su un’opera che è molto complessa; Matilde SIRACUSANO (FI) asserisce che lo sviluppo del Mezzogiorno passa dalla realizzazione del Ponte sullo Stretto; Giulia GRILLO (M5S) chiede al Ministro una analisi costi-benefici sul Ponte sullo Stretto; Alessandro PAGANO (LEGA) afferma che son serviti 8 mesi e due gruppi di lavoro per leggere informazioni che erano già note; Roberto MORASSUT (PD) chiede approfondimenti sulla questione ambientale legata alla realizzazione dell’opera2.

L’attacco ai parlamentari calabresi

Insieme gli interventi della lombarda Braga, dell’emiliano romagnolo Foti, della pugliese Muroni, del ligure Rixi, dei laziali Morassut e Nobili, e dei siciliani Prestigiacomo, Siracusano, Grillo e Pagano vi sono anche quelli di due parlamentari calabresi: Vincenza BRUNO BOSSIO (PD) che ricorda la mozione firmata dai 21 parlamentari del PD in cui si chiedeva di realizzare il Ponte sullo Stretto e rivendica la carenza infrastrutturale ad oggi esistente da Salerno a Reggio Calabria e Domenico FURGIUELE (LEGA) che propone al Ministro di chiedere all’Europa il 20% del costo del Ponte sullo Stretto e propone di realizzare senza perdite di tempo il progetto a tre campate.

“Il ponte sullo Stretto serve solo alla Sicilia e non alla Calabria”

Il Direttivo dell’Organizzazione di Volontariato evidenzia, infine, “quanto emerga chiaramente – dal contenuto dell’audizione – l’importanza del Ponte sullo Stretto per lo sviluppo e la mobilità della regione Sicilia. Ciò implicitamente conferma l’impianto da sempre sostenuto dal nostro sodalizio: il Ponte sullo Stretto non è assolutamente un’opera infrastrutturale d’interesse prioritario per la Regione Calabria. A tal proposito è sconfortante che i parlamentari calabresi tutti nelle commissioni Ambiente e Trasporti della Camera dei Deputati non abbiano osservato al Ministro Giovannini che con la metà dell’investimento necessario per realizzare il Ponte sullo Stretto è possibile ammodernare su un tracciato a 4 corsie ex novo la Statale 106 da Sibari (CS) fino a Locri (CS). Allo stesso tempo, dopo l’investimento di 9,4 miliardi di euro sull’alta capacità/alta velocità ferroviaria da Salerno a Reggio Calabria è fondamentale sottolineare ed evidenziare quanto le scelte del Governo e dei parlamentari calabresi tutti sono concretamente e realmente indirizzate nella direzione di voler rendere ancor maggiore il divario infrastrutturale tra la costa jonica calabrese e quella tirrenica ma anche con il resto del Mezzogiorno, del Centro-Nord Italia e con l’Europa. Queste scelte politiche, è evidente, daranno il colpo di grazia al futuro della costa jonica calabrese”.

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