Sciolto il Movimento apostolico, la fondatrice all'ex assistente "perché non hai detto la verità?" - QuiCosenza.it
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Calabria

Sciolto il Movimento apostolico, la fondatrice all’ex assistente “perché non hai detto la verità?”

Così Maria Marino in una lettera indirizzata al teologo monsignor Costantino, dopo la soppressione da parte del Vaticano del Movimento, nato più di 40 anni fa

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CATANZARO- “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno“. Inizia così quella che Maria Marino, ispiratrice e fondatrice del Movimento apostolico, l’aggregazione privata di fedeli nata il 3 novembre 1979 e ramificatasi in Italia e nel mondo soppressa con decreto del Vaticano, letto ieri pomeriggio in assemblea pubblica alla presenza dell’arcivescovo metropolita di Catanzaro mons. Vincenzo Bertolone, presidente della Conferenza episcopale Calabra. La donna definisce “la mia sofferta preghiera” in una lettera indirizzata al teologo, monsignor Costantino di Bruno “che – riporta il testo – ha seguito i primi passi dalla nascita del Movimento con il ruolo di assistente ecclesiastico centrale” e poi è stato “volontariamente dimissionario prima della Visita Apostolica, che si è svolta dal 13 ottobre 2020 al 17 aprile 2021”.

“Perché hai rinnegato la verità? Interrogati la coscienza”

“Padre Costantino – scrive la fondatrice del Movimento rivolgendosi al sacerdote – come hai potuto rinnegare il Cristo, il Figlio del Dio vivente, dopo tanto lavoro e servizio che ho dato alla Chiesa? Ti accludo il libro dove tu hai testimoniato la verità. ‘Maria Marino è strumento che Dio ha scelto per la conversione di molti cuori. Maria Marino è serva del Signore, suo messaggero, per il risveglio dei credenti alla fede. È il suo ‘ministero’ specifico. Ella ricorda il Vangelo della salvezza. Il Signore l’ha ricolmata di doni celesti, perché possa adempiere la missione affidatale con cura, ma soprattutto con tanto amore. Molti sono coloro che tramite la sua voce sono ritornati al Signore. Anch’io devo rendere testimonianza al mio Dio del grande dono della conversione che mi ha fatto”. “Perché non hai detto la verità? Come hai potuto – chiede ancora la donna all’ex assistente spirituale – permettere che la abbiano rinnegata? Lo sapevi bene che il Movimento Apostolico viene da Dio. Interrogati la coscienza e permetti che diventi retta. Hai permesso che questa storia vera, voluta da Dio, fosse rinnegata. Tu lo sai che per accettare la verità occorre rinnegare se stessi, prendere la croce e seguire Gesù. Non ti scrivo questo per difendermi, ma pregare Gesù Cristo sotto la croce: Padre, perdona loro, non sanno quello che fanno per la gloria umana”. Del provvedimento vaticano ha dato notizia oggi l’Osservatore romano, organo ufficiale della Santa sede.

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“Non dimentico”. La storia di nonna Annina sfuggita all’arroganza di un soldato tedesco

Nessun frammento della memoria di quel giorno è andato perduto. La testimonianza dell’arroganza tedesca nella lucidità di Annina Guido

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LATTARICO (CS) – Nelle pagine del nostro Diario, Annina Guido ci racconta il suo primo, traumatico incontro con un soldato tedesco. E’ l’autunno del 1943. Accampato poco distante dalla piccola azienda di famiglia, un soldato tedesco con in spalla un mitra, sbuca dalla vigna ed irrompe in casa, costringendo Anna e la sorella a rifugiarsi e nascondersi in soffitta.

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Calabria

Blitz “Saggio compagno”. Otto arresti per traffico di droga e contrabbando di armi

Sono tutti imputati nell’operazione “Saggio Compagno” che ha disarticolato la “locale” di Cinquefrondi nella Piana di Gioia Tauro

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REGGIO CALABRIA – I carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria hanno dato esecuzione nei giorni scorsi all’ordine di misura degli arresti in carcere, disposto dalla Procura Generale della Repubblica di Reggio Calabria nei confronti di otto persone, imputati nell’operazione convenzionalmente denominata Saggio Compagnocondotta dalla Compagnia Carabinieri di Taurianova, nell’arco temporale dicembre 2014 e gennaio 2015, finalizzata alla disarticolazione del “locale” di Cinquefrondi, cosca operante in tutta la piana di Gioia Tauro ed attiva nel traffico di sostanze stupefacenti e nel contrabbando di armi da sparo. Le misure sono arrivate dopo la condanna definitiva.

Nello specifico, l’attività d’indagine, coordinata dalla DDA di Reggio Calabria, aveva condotto all’esecuzione di tre provvedimenti restrittivi su ordine dell’A.G. nei confronti complessivamente di 84 soggetti, permettendo di documentare come i vertici delle famiglie “Foriglio” “Petullà” e “Ladini” fossero riuscite nel tempo, grazie alla forza di intimidazione scaturita dal vincolo associativo e dalle conseguenti condizioni di assoggettamento e omertà, ad imporre il loro volere sul territorio dei comuni di Cinquefrondi e Anoia, assicurandosi anche il controllo del fiorente settore degli appalti boschivi e di ogni attività ad esso strumentale. A far luce sulle dinamiche della cosca erano state le dichiarazioni di Rocco Francesco Ieranò, intraneo al sodalizio poi divenuto collaboratore di giustizia, grazie alle quali aveva permesso di documentare la strategia e gli obiettivi di Giuseppe Ladini, ‘ndranghetista associato alla carica del “Vangelo” indicato quale boss di Cinquefrondi.

In pochi anni, quest’ultimo aveva scalato le gerarchie della ‘ndrangheta e, forte di un vero e proprio esercito di picciotti, aveva dato vita ad una sua ‘ndrina, destinata a guadagnarsi fama per la spudoratezza delle modalità di azione, come poi riscontrato dalle stesse indagini all’esito delle quali erano stati contestati capi d’accusa particolarmente gravi: estorsione, detenzione abusiva di armi, furto aggravato, ricettazione, favoreggiamento personale, danneggiamento seguito da incendio, violazioni delle disposizioni per il controllo delle armi, armi clandestine, detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, tutti aggravati dal metodo mafioso.
La manovra investigativa aveva portato anche, al sequestro di beni mobili, immobili, attività commerciali e rapporti bancari per un valore di circa 500.000 euro.

Gli arrestati, riconosciuti colpevoli a seguito di rigetto del ricorso per Cassazione, del reato di associazione di tipo mafioso o, comunque, di reati aggravati dal metodo mafioso, escluso il periodo di reclusione già scontato nel corso del giudizio, sono stati condannati a pene comprese da uno a sei anni. In particolare, Petullà Raffaele, tratto in arresto in quanto ritenuto colpevole dei reati di estorsione commessa avvalendosi delle condizioni previste dall’art. 416bis e di furto aggravato, è stato condannato alla reclusione a sei anni e quattro mesi, di cui dovrà scontare i rimanenti due.

Napoli Saverio, condannato a otto anni e otto mesi di reclusione perché ritenuto componente attivo del “locale” di Cinquefrondi, dovrà adesso scontare in carcere i due anni restanti. Cinque anni e quattro mesi di reclusione, invece, per Ierace Michele, altro appartenente alla cosca disarticolata, essendo stato condannato in Appello a dieci anni e otto mesi. Anche per Petullà Antonio non sono servite le rimostranze della difesa, che ritenuto colpevole di appartenere all’associazione di tipo mafioso, dovrà ora scontare una pena di sei anni e due mesi. Quanto a Foriglio Rocco, il ricalcolo della pena effettuato dalla Procura Generale, ha comportato l’applicazione della reclusione per dieci mesi. Reclusione ad anni nove e mesi uno per Lamari Nicodemo che dovrà adesso scontare i restanti tre anni. Pena minore, invece, per Varacalli Rocco, riconosciuto colpevole dei reati aggravati dal metodo mafioso, di detenzione di armi da guerra e spaccio di sostanze stupefacenti, dovrà adesso scontare una reclusione per i restanti undici mesi, avendo già scontato buona parte dei cinque anni di pena stabiliti dai giudici dell’Appello. Da ultimo, per Bruzzese Antonella, un residuo di pena pari ad anni cinque e mesi sei.

Oltre alle pene detentive, per i condannati è altresì stata disposta la misura di sicurezza della libertà vigilata, nonché la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per anni e la revoca delle prestazioni previdenziali; provvedimenti di condanna che, unitamente a quelli già eseguiti dai carabinieri lo scorso novembre 2021 nei confronti di ulteriori 5 condannati, hanno portato alla conclusione dell’iter giudiziario relativamente all’ Operazione “Saggio Compagno”.

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Calabria

Sequestrati beni per oltre 3 milioni di euro a un imprenditore

L’uomo era già coinvolto nelle operazioni “Il Padrino” con condanna di 8 anni e “Gotha” per la quale è stato condannato a dieci mesi di reclusione

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REGGIO CALABRIA – Militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria e personale della Divisione Anticrimine della Questura di Reggio Calabria, con il coordinamento della locale Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia, diretta dal Procuratore, dott. Giovanni Bombardieri, hanno eseguito un provvedimento emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria che dispone il sequestro di compendi aziendalibeni immobili, beni mobili, denaro contante, rapporti bancari e finanziari e relative disponibilità – per un valore complessivo stimato in oltre 3 milioni di euro – riconducibili a un imprenditore reggino.

La figura criminale di quest’ultimo era emersa nell’ambito delle operazioni denominate “Il Padrino”, che ha portato alla condanna in via definitiva dello stesso alla pena di otto anni di reclusione per associazione di tipo mafioso, e “Gotha”, nel cui ambito, allo stato degli atti e fatte salve successive valutazioni nel merito, è stato condannato, in primo grado, alla pena di dieci mesi di reclusione per minaccia grave, aggravata dal metodo mafioso.
In relazione alle risultanze delle attività, la Direzione Distrettuale Antimafia – sempre più interessata agli aspetti economico-imprenditoriali legati alla criminalità organizzata – ha delegato il Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata (G.I.C.O.), il Gruppo della Guardia di Finanza di Reggio Calabria e l’Ufficio Misure di Prevenzione della Questura, a svolgere apposita indagine a carattere economico/patrimoniale finalizzata all’applicazione, nei confronti dell’imprenditore, di misure di prevenzione personali e patrimoniali.

Dopo aver delineato il profilo di pericolosità sociale “qualificata” del proposto – ad opera dell’Ufficio M.P. della Questura – l’attività investigativa – svolta dal G.I.C.O. e dal Gruppo della Guardia di Finanza – è stata indirizzata alla ricostruzione delle acquisizioni patrimoniali, dirette o indirette, effettuate nell’ultimo trentennio, accertando – attraverso una complessa, articolata e minuziosa attività di accertamento e riscontro documentale – i patrimoni dei quali il medesimo risultava disporre, direttamente o indirettamente, il cui valore era significativamente sproporzionato rispetto alla capacità reddituale dichiarata ai fini delle imposte sui redditi.

Alla luce di tali risultanze, la Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria, allo stato del procedimento e impregiudicata ogni diversa successiva valutazione da parte dell’A.G. giudicante, ha disposto l’applicazione della misura di prevenzione patrimoniale del sequestro dell’intero patrimonio riconducibile all’imprenditore, per un valore complessivo stimato in oltre 3 milioni di euro, tra i quali oltre 600.000 euro in contanti rinvenuti dalla Polizia di Stato a carico del figlio, ma riconducibili allo stesso, a seguito di un controllo su strada, occultati nella cabina di un automezzo adibito al trasporto di animali.
L’attività di servizio in rassegna testimonia ancora una volta l’elevata attenzione della locale Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia che continua a essere rivolta all’individuazione e alla conseguente aggressione dei patrimoni e delle disponibilità finanziarie illecitamente accumulati dalle consorterie criminali di stampo mafioso, allo scopo di arginare l’inquinamento del mercato e della sana imprenditoria, con l’intento di ripristinare adeguati livelli di legalità, trasparenza e sicurezza pubblica.

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