Centri antiviolenza e case rifugio calabresi abbandonate durante la pandemia

I ritardi nell’erogazione dei fondi statali e regionali non hanno fermato il lavoro dei Centri Antiviolenza e delle case rifugio neanche durante la pandemia

 

COSENZA – Lo sforzo dimostrato dalle operatrici per far funzionare il sistema antiviolenza è stato raccolto nel nuovo rapporto di ActionAid “Tra retorica e realtà. Dati e proposte sul sistema antiviolenza in Italia”, che ha monitorato l’attuazione del Piano antiviolenza 2017-2020 con un focus sulla risposta all’emergenza Covid-19 in Lombardia, Calabria e Sicilia. ActionAid chiede alle istituzioni di creare un Fondo di emergenza con risorse aggiuntive e prontamente disponibili e Cabine di Regia locali che garantiscano efficacia e coordinamento per le reti territoriali.

“In Calabria non esiste nessuna rete territoriale istituzionale antiviolenza perché nessuna istituzione si è mai impegnata per crearla e tutti i tentativi fatti dal basso sono falliti per mancanza di fiducia nel lavoro di rete”. Chiara Gravina, legale del Centro Antiviolenza “Roberta Lanzino” di Cosenza denuncia l’assenza di un coordinamento con le istituzioni durante l’emergenza e la mancanza di un piano di prevenzione strategico per far fronte alla violenza di genere.

Nel 2007 la Calabria ha approvato una legge per la creazione di nuovi Centri Antiviolenza prevedendo un finanziamento di 800mila euro l’anno. Dall’analisi dei bilanci del 2019 risultano arrivati a destinazione solo la metà, per una media di 20mila euro a CAV. Queste risorse, che si sommano a 1,9 milioni di euro stanziati dallo Stato tra il 2015 e il 2019, devono coprire le spese di gestione delle strutture e garantire anche programmi di sensibilizzazione nelle scuole e la formazione delle operatrici. Un finanziamento complessivo ben al di sotto delle necessità, che arriva nelle casse dei centri con un ritardo di quasi 19 mesi e che per essere erogato prevede la stipula di una polizza fidejussoria a cui spesso sono le stesse operatrici a fare da garanzia con il proprio patrimonio personale.

Se da un lato i finanziamenti sono esigui, dall’altro questi vengono destinati anche a quelle strutture che utilizzano personale di sesso maschile, in contrasto con l’obbligo di impiego nei CAV di solo personale femminile. A denunciarlo è il CADIC-Coordinamento Antiviolenza Donne Insieme Calabria che riunisce diversi CAV calabresi, che segnala inoltre il mancato pagamento da parte dei Comuni delle rette giornaliere delle donne accolte nelle case rifugio nonostante i 34mila euro di fondi statali annuali assegnati alla Calabria proprio per le attività di queste strutture. Ai problemi operativi si somma il nodo degli stipendi delle operatrici che tengono in vita i CAV: volontarie spesso non retribuite a causa della cronica carenza di fondi e che anche durante la pandemia hanno proseguito l’attività di ascolto e accoglienza attivandosi con modalità a distanza e rendendosi disponibili 24 ore al giorno.

L’emergenza Covid-19 è stata la cartina di tornasole del ruolo marginale riservato dalle istituzioni ai Centri Antiviolenza e l’assenza di una rete territoriale ben organizzata di servizi sociali. Se l’impossibilità di comunicare con gli uffici giudiziari, chiusi o non disponibili durante il lockdown, ha creato la percezione di una temporanea sospensione della giustizia, dall’altra le donne già inserite in percorsi di autonomia rimaste senza lavoro a causa della pandemia non hanno potuto richiedere i buoni spesa agli uffici competenti. “Né la Regione, né il Comune hanno sostenuto economicamente il centro antiviolenza durate il lockdown – spiega Chiara Gravina, legale del CAV “Roberta Lanzino” di Cosenza -. Alla riapertura la sanificazione è stata offerta da una ditta di pulizie mentre le mascherine sono state regalate da una sartoria. Il CAV ha ripreso le attività in presenza garantendo inizialmente l’apertura un giorno a settimana e incrementandola a tre nelle ultime settimane dato l’alto numero di richieste di aiuto”.

Sulla base di quanto condiviso dalle operatrici dei Centri, ActionAid ha formulato concrete raccomandazioni in caso di nuove emergenze. In particolare: il funzionamento delle reti territoriali antiviolenza dev’essere accompagnato da Procedure Operative Standard che definiscano i ruoli della rete e prevedano una Cabina di Regia Operativa Locale. In questa nuova fase della pandemia, ActionAid rilancia anche il fondo di pronto intervento #Closed4Women grazie al quale è stato sostenuto il lavoro di 24 Centri in tutta Italia.