Lo stato della pandemia, dal sud un network di formazione e ricerca per il Covid 19

Dalla crisi e dall’emergenza nasce un’opportunità. L’Università “Magna Græcia” di Catanzaro ha inaugurato il progetto “Life Science PhD Hot Topics”. Il futuro? dipenderà molto dai nostri comportamenti

 

CATANZARO – Un modello di formazione e ricerca volto a favorire la multidisciplinarietà e l’interazione tra pubblico e privato e un moderno esempio di formazione. “Life Science PhD Hot Topics” fa parte dell’offerta formativa dottorale dell’anno accademico 2019-2020 al quale prendono parte dottorandi di ambito oncologico, biomarcatori e scienze della vita. Ad aprile e a maggio si sono svolti i primi due incontri virtuali con ospiti di rilievo: il Prof. Guido Silvestri della Emory University, Atlanta, e il Prof. Michele Carbone, affiliato all’University of Hawai’i e all’UMG di Catanzaro. Incontri seguiti da centinaia di studenti.

Martedì scorso l’incontro dal titolo “Sars-Cov-2: Emergenza Sanitaria in fase di conclusione?” con ospiti esterni: il Prof. Carlo Federico Perno, Direzione Microbiologia Ospedale Pediatrico Bambin Gesù, Roma; il Prof. Giovanni Rezza, Direttore Generale per la Prevenzione – Ministero della Salute; Michelangelo Simonelli, Government Affairs Gilead Sciences Italia; a moderare il giornalista Daniel Della Seta. Nel terzo incontro online è stato affrontato lo stato della pandemia dal punto di vista virologico e chimico farmaceutico con l’intento di far partire dal Sud un network sulla ricerca scientifica sulla Covid-19. Un concreto serbatoio di cervelli italiani al servizio del Paese.

Interessante l’analisi del prof. Carlo Federico Perno, Consulente scienti­fico INMI L. Spallanzani il quale si è soffermato sull’idea che il virus “abbia perso capacità di uccidere non è sostenuta da evidenze scientifiche. Non si può invece escludere che la malattia abbia perso aggressività, non per una nuova natura del virus, ma in virtù degli interventi immediati sui pazienti”. Ed è proprio in questa direzione che vanno le risposte alle esigenze di dottorandi e specialisti in ambito sanitario di oggi e di domani che arrivano dall’Università “Magna Græcia” di Catanzaro, ateneo che è riuscito ad organizzarsi per cogliere delle opportunità e che ha sperimentato nuovi modi di lavorare da proporre come modello anche a livello nazionale.

La formazione d’eccellenza dunque, diventa un’opportunità in un momento di crisi perchè la pandemia ha generato esigenze fino a pochi mesi fa inedite o poco diffuse come l’uso di piattaforme online per lezioni e incontri, la necessità di migliorare la ricerca infettivologica, di individuare nuovi strumenti terapeutici, l’importanza di fare rete, sia all’interno della comunità scientifica, sia tra le diverse discipline (economia, sociologia) che sono state coinvolte dall’emergenza.

Il rettore Giovambattista De Sarro ha spiegato come “Per effetto del lockdown l’ateneo ha bloccato, come gli altri, le attività formative e avviato la didattica online. Il nostro è un ateneo giovane e collocato in una posizione geografica meno favorevole rispetto ad altre, ma stiamo cercando un riscatto attraverso una crescita della qualità con relatori di caratura internazionale e con una formazione ampia ed eterogenea che permetta ai nostri ragazzi, soprattutto a quelli dei corsi più avanzati, un approccio multifattoriale, volto a favorire l’inserimento nel settore della ricerca”.

“Life Science PhD Hot Topics” e l’interazione tra docenti e dottorandi

“Questa iniziativa nasce dalla traslazione verso le piattaforme per videoconferenza di ciò che normalmente è la formazione dottorale – spiega il Prof. Stefano Alcaro, Coordinatore del Dottorato in Scienze della Vita – Università catanzarese. Il “Life Science PhD Hot Topics” intende mettere al centro l’interazione tra docenti e dottorandi, affinché questi ultimi interagiscano e siano pienamente coinvolti nel progetto per divenire autonomi alla sua conclusione. Tra gli elementi su cui vogliamo puntare c’è l’interazione tra pubblico e privato, con il coinvolgimento di aziende leader della farmaceutica e di istituzioni. Gli obiettivi sono quelli di avviare progetti di ricerca congiunti con questi stessi attori, offrire ai ragazzi sbocchi in ambito sia ospedaliero che aziendale, favorire la ricerca e, in generale, creare una rete con enti pubblici e strutture private che possa proporre nuove soluzioni a livello nazionale. Nel mio gruppo di dottorandi è già nato un spin-off universitario dedicato al multi-targeting drugdiscovery, che trae ulteriore ispirazione dalla Covid-19, che si è rivelata una malattia multifattoriale e complessa, per la quale servono strategie multiple. Il nostro spin-off si occupa proprio di un approccio poli-farmacologico, che non si limita all’attuale emergenza: oggi, infatti, fronteggiamo Covid19, ma in futuro potrebbe esserci qualche altra emergenza virale, come ci insegna la storia, anche recente, delle pandemie”.

Stefano Alcaro

Prof. Stefano Alcaro

Il prof. Stefano Alcaro ha illustrato i dettagli del progetto ai microfoni di Rlb

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Sars Cov 2 e l’analisi virologica

L’attenzione è rivolta al virus che ha causato il Covid-19 e che rappresenta il punto focale del terzo modulo del dottorato. “Il Sars-Cov2, come tutti i coronavirus, dal punto di vista biologico si caratterizza per cambiare molto poco nel tempo – ha sottolineato il Prof. Carlo Federico Perno – e questa caratteristica è dovuta ad un enzima particolare che si chiama correttore di bozze, che controlla la variabilità durante la replicazione del virus. Questo enzima differenzia i coronavirus dagli altri virus a RNA, che invece hanno un’alta variabilità, come nel caso dell’HCV o dell’HIV. In altri termini, possiamo affermare che tutti i virus evolvono, così come ogni essere vivente, ma i tempi di evoluzione di un coronavirus sono molto più lenti degli altri. Quindi è molto difficile pensare che il coronavirus possa modificare la sua capacità replicativa o la sua virulenza nell’arco di pochi mesi”.

Carlo Federico Perno

“A supporto di questo – ha proseguito Perno – ci sono evidenze scientifiche che la variabilità dei ceppi sequenziati dalle banche dati siano molto poco variabili. L’idea che il virus abbia perso capacità di uccidere non è dunque sostenuta dalle evidenze scientifiche. Non si può invece escludere che la malattia abbia perso aggressività, ma non per una nuova natura del virus, bensì in virtù degli interventi immediati sui pazienti. Oggi in Italia si fanno molti tamponi a soggetti asintomatici che permettono di intervenire rapidamente, mentre nelle prime fasi talvolta i pazienti arrivavano già in pronto soccorso in condizioni molto gravi. Inoltre adesso abbiamo trovato farmaci efficaci e valide soluzioni terapeutiche, come l’uso di ossigeno e del cortisone che ci permettono di evitare di arrivare alle fasi più avanzate della malattia”.

“Generalmente – ha concluso il prof. Perno – ci vogliono anni perché un coronavirus si modifichi. In altri due esempi eccellenti, abbiamo notato che il virus della Sars non si era riuscito ad adattare all’uomo ed è scomparso, mentre nella MERS, coronavirus con bassissimi tassi di infezione ed elevata mortalità, il virus fa molta fatica ad adattarsi all’uomo e non riesce a modificarsi per una trasmissione interumana. Queste patologie derivanti da coronavirus in tanti anni non hanno visto mutazioni del virus. Resta poi il fatto che i processi della natura non siano mai prevedibili”.

Il futuro? dipenderà dai nostri comportamenti

Ciò che accadrà nei prossimi mesi dipenderà molto dai nostri comportamenti e da come sapremo gestire i nuovi focolai – ha evidenziato il Prof. Giovanni Rezza – Il lockdown e le norme di distanziamento hanno permesso di superare la fase più difficile e di contenete l’infezione. Adesso, inoltre, l’incidenza dei nuovi casi è molto più bassa rispetto a prima grazie agli screening precoci che permettono di individuare subito la presenza del virus anche negli asintomatici. L’uso della mascherina e le buone pratiche del distanziamento permettono poi di contenere la trasmissione del virus. La maggiore frequenza di casi meno gravi negli ospedali di queste settimane è data semplicemente dal fatto che prima queste strutture erano congestionate e potevano accogliere solo coloro che erano in uno stadio più avanzato della malattia. Se non terremo a mente i fattori che hanno portato all’attuale situazione rischieremo dei grossi passi indietro. Ciò che dobbiamo ricordare è che a differenza dell’influenza normale questo virus ha dei super diffusori che portano a una diffusione per cluster, che devono essere contenuti per evitare il propagarsi dei nuovi focolai.