Dissesto idrogeologico, interrogazione di Ferro e Foti: “Che fine hanno fatto i fondi?”

Le risorse effettivamente erogate alle Regioni dal 2017 al 2018 rappresentano solo il 19,9% dei 100 milioni di euro in dotazione al Fondo, creato nel 2015 per progettare le opere pubbliche anti-dissesto

 

CATANZARO – “Il governo garantisca l’utilizzo delle risorse stanziate per il Fondo progettazione contro il dissesto idrogeologico”. E’ quanto chiede il deputato di Fratelli d’Italia Wanda Ferro, che insieme al collega Tommaso Foti, ha rivolto una interrogazione al presidente del Consiglio e ai ministri dell’Ambiente e dell’Economia. “Lo scorso 31 ottobre – ricordano i deputati di Fdi – la Corte dei Conti ha pubblicato i risultati di un’indagine sul ‘Fondo progettazione contro il dissesto 2016-2018’, segnalando che le risorse effettivamente erogate alle Regioni dal 2017 al 2018 rappresentano solo il 19,9% dei 100 milioni di euro in dotazione al Fondo, creato nel 2015 per progettare le opere pubbliche anti-dissesto. In particolare, secondo i magistrati contabili, procedure inadeguate, revisioni di progetti approvati e procedure di gara non svolte, scarso monitoraggio, assenza di comunicazione tra Stato e Regioni e soprattutto la difficoltà delle amministrazioni nazionali e locali di svolgere le funzioni ordinarie che ha portato al “ricorso ripetuto alle gestioni commissariali” sono alcune delle cause che hanno impedito al nostro Paese di affrontare efficacemente il dissesto idrogeologico. Tutto questo, a giudizio della Corte dei Conti, si è tradotto in una “mera raccolta di richieste di progetti e di risorse, talvolta non omogenee, senza addivenire ad una vera e propria programmazione strategica del settore” e più si aspetta, più aumentano i danni.

Secondo l’Ance, frane e alluvioni sono costate 3,5 miliardi all’anno dal 1944 al 2012 e oggi, con gli effetti del cambiamento climatico, le spese sono triplicate: dalle 395 del 2008 alle 1024 del 2018. E secondo il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, il conto del maltempo può salire a 7 miliardi ogni anno. I soldi ci sono sempre stati, almeno per fare gli interventi più urgenti: nel 2014 l’allora Governo Renzi con ItaliaSicura stanziò 9,5 miliardi di euro, ma ne furono spesi solo tre in 1475 progetti; nel 2017 furono stanziati 10 miliardi per lo SbloccaItalia; più o meno la stessa cifra prevista dall’attuale Governo con il Proteggi Italia (10,853 miliardi di euro stanziati per il triennio 2019-2011): peccato che il piano di stralcio firmato lo scorso luglio dal Ministro Costa stanzia solo 315 milioni di euro e prevede 263 interventi. Un decimo dei finanziamenti previsti.”

“Passano i governi, cambiano i nomi, aumentano frane e alluvioni, ma si rimandano gli interventi necessari. Il problema – spiega Wanda Ferro – è che i Governi prevedono misure perfette sulla carta che hanno il piccolo difetto di essere messe nel bilancio in ‘conto capitale’, ossia hanno bisogno di seguire la procedura ordinaria: bisogna prima inserire i fondi in un piano triennale di opere pubbliche, poi lasciare alle Regioni il compito di richiedere i fondi e infine lasciare ai Comuni il compito di redigere i progetti specifici e segnalare alle Regioni dove intervenire. Stando così le cose, appare evidente come tra il programmare e il progettare possono passare molti mesi, senza considerare che il 69% degli 8100 comuni italiani ha meno di cinquemila abitanti e non tutte le amministrazioni possono vantare geometri competenti o almeno tenaci nel seguire l’iter burocratico per inserire i progetti nella piattaforma Redis, il software ministeriale che permette di sbloccare i fondi solo se la Regione approva il progetto del Comune”. Ferro e Foti hanno quindi chiesto ai rappresentanti del governo quali urgenti provvedimenti intendano adottare per rendere utilizzabili le risorse e consentire a tutti i Comuni italiani di vedere i propri progetti trasformarsi in cantieri, anche attraverso l’adozione di efficaci misure di natura strutturale, in linea con i rilievi espressi dalla Corte dei Conti.