Fondi pubblici alle cosche, Bombardieri «predate le casse della città». Otto arresti

Nell’ambito dell’operazione sono stati anche sequestrati beni per cinque milioni di euro. Indagato anche l’ex sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Scopelliti

 

REGGIO CALABRIA – Fondi pubblici destinati alla manutenzione dei principali servizi cittadini di Reggio Calabria distratti e lucrati dalle cosche di ‘ndrangheta grazie ad accordi con politici e imprenditori collusi. E’ il quadro disegnato da un’inchiesta coordinata dalla Dda e condotta dai finanzieri del Comando provinciale di Reggio che ha portato all’arresto di otto imprenditori che ricoprivano incarichi nelle società Multiservizi, partecipata dal Comune, e Gst, fallite nel 2014 e nel 2015.

I Finanzieri del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria, hanno eseguito nelle prime ore di oggi, in Calabria, Campania, Toscana e Lombardia un’ordinanza di applicazione di misure cautelari personali emessa, dal gip del Tribunale, nei confronti di 8 persone ritenute responsabili, a vario titolo e in concorso tra loro, di bancarotta fraudolenta in quanto, quali titolari di cariche e/o qualifiche societarie, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso ed in tempi diversi, distraevano e dissipavano il patrimonio delle società “Multiservizi S.p.a.” e “Gestione Servizi Territoriale S.r.l.” (G.S.T. S.r.l.) in pregiudizio dei creditori, cagionandone dolosamente il fallimento. Contestualmente è in corso d’esecuzione un “decreto di sequestro preventivo d’urgenza” che dispone il sequestro di somme di denaro per un valore complessivo di oltre 5 mln di euro. I finanzieri di Reggio hanno eseguito l’operazione con il supporto operativo dei colleghi di Milano, Siena ed Agropoli – con il coordinamento della locale Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia.

“E’ un’operazione importante per la città perché si dà conto di quello che è successo in quegli anni. C’era un sistema creato per predare le casse di Reggio Calabria”. Così il procuratore di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri commenta l’inchiesta che stamani ha portato all’arresto di otto persone per bancarotta fraudolenta in relazione al fallimento della società partecipata dal Comune Multiuservizi, avvenuto nel 2014, e della Gst. Negli anni scorsi, la Dda reggina ha coordinato diverse inchieste dalle quali è emerso l’infiltrazione nella Multiservizi delle cosche di ‘ndrangheta cittadine.

L’ordinanza

Un piano strategico diretto al controllo della cosa pubblica e all’accaparramento di ingenti profitti “per far sì che la Multiservizi divenisse uno strumento funzionale al soddisfacimento degli interessi economici della ‘ndrangheta e di alcune famiglie di imprenditori ad essa legate”. E’ quanto si legge nell’ordinanza che ha portato agli arresti domiciliari otto imprenditori di Reggio Calabria accusati di bancarotta fraudolenta in relazione al fallimento della società partecipata dal Comune Multiservizi.

Un accordo che secondo l’accusa faceva sì che il denaro versato dal Comune alla Multiservizi per la manutenzione della rete stradale, della rete idrica, dell’illuminazione, delle scuole e dei parchi finisse nelle tasche delle cosche.

Ai domiciliari sono finiti gli imprenditori Pietro Cozzupoli, di 81 anni, Lauro Mamone (62), Giuseppe Rocco Giovanni detto “Pino” Rechichi (61), Antonino Rechichi (34), Giovanni Rechichi (34), Rosario Giovanni Rechichi (58), Michelangelo Maria Tibaldi (52) e Michele Tibaldi (32), tutti accusati di bancarotta fraudolenta.

Dalle indagini, condotte dal Gruppo investigazione criminalità organizzata (Gico) del Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza nell’ambito dell’operazione denominata “Mala Gestio“, sarebbe emerso che le vicende fallimentari che hanno colpito la Multiservizi e la Gst erano da ricondursi ad un ingegnoso meccanismo fraudolento messo a punto da chi ricopriva contemporaneamente cariche sociali nelle due imprese e in altre ditte a favore delle quali venivano distratte le risorse economiche. La Multiservizi era stata costituita nel 2004 tra il Comune, socio pubblico al 51%, e la Gst, socio privato al 49%.

Lo stesso giorno, con la sottoscrizione di un patto parasociale, definito “incomprensibile” dagli investigatori, il sindaco dell’epoca Giuseppe Scopelliti, “di fatto – afferma la Finanza – abdicava dal controllo della partecipata, assegnando in via esclusiva tutti i poteri di gestione al socio privato di minoranza Gst”. Secondo l’accusa, una spiegazione a tale comportamento si ricava dall’inchiesta “Mammasantissima”. In una conversazione intercettata il 14 maggio 2002, Paolo Romeo, l’ex deputato del Psdi ed avvocato arrestato in quel procedimento e imputato nel processo “Gotha” perche’ ritenuto il vertice della cupola politico-affaristico-mafiosa che avrebbe condizionato la vita politico-amministrativa di Reggio, nel compiacersi per una possibile vittoria di Scopelliti, faceva riferimento all’appoggio elettorale dell’imprenditore Cozzupoli e di Giuseppe Rechichi (“vince lo stesso perché c’è Cozzupoli che deve incassare delle somme, che praticamente è in uno stato di bisogno attualmente” mentre “dall’altro c’è Pino che sta partecipando a queste gare per la esternalizzazione”) e quindi proprio degli imprenditori che avrebbero avuto col tempo il controllo della partecipata. Per far transitare il denaro versato dal Comune alla Multiservizi alla Gst e poi alle imprese degli indagati, secondo l’accusa, nel 2007 fu stipulata una convenzione tra Multiservizi e Gst per la prestazione di generici servizi il cui compenso era determinato a priori. Al riguardo, tra il 2007 e il 2012, Multiservizi ha pagato alla Gst 11.901.400 prevedendo in contabilità il pagamento di ulteriori 5.848.087. La Gst, poi, aveva stipulato un atto simile con le società riconducibili agli indagati assicurando alle stesse, tra il 2008 e il 2011, profitti pari a 5.854.974 mentre erano iscritti in bilancio ulteriori debiti per fatture da pagare per 3.906.219.

Indagato anche l’ex sindaco Scopelliti

Oltre agli arrestati, nell’inchiesta ci sono anche diversi indagati, tra i quali Giuseppe Scopelliti, sindaco di Reggio dal 2002 al 2010 ed ex presidente della Regione Calabria, condannato in via definitiva a quattro anni e sette mesi di reclusione per irregolarità nei bilanci del Comune di Reggio riscontrate tra il 2008 ed il 2010. Condanna che Scopelliti sta scontando in carcere in regime di semilibertà.

“Milioni di euro – ha detto il procuratore della Repubblica Giovanni Bombardieri – sono finiti nella disponibilità dei conti privati dei soci, anziché essere destinati al miglioramento delle infrastrutture cittadine. E il tutto avveniva in mancanza assoluta di preoccupazione di eventuali controlli, con ingegnosi passaggi di meccanismi fraudolenti e spregiudicati di cui godevano anche imprese collegate a cosche mafiose. Il patrimonio di Multiservizi e Gestione servizi territoriali veniva distratto e dissipato in favore di imprese collegate ai Cozzupoli, con l’elargizione di consulenze, senza un riscontro di tali impegni. Un meccanismo che portava spesso ad un’unica conclusione, in palese conflitto di interesse: far confluire ai Cozzupoli e ai Tibaldi quanto più possibile danaro destinato all’esecuzione di opere pubbliche in beneficio dei cittadini e del Comune di Reggio Calabria. Procedure illegali che sono emerse dal lavoro minuzioso della Guardia di finanza attraverso l’analisi delle relazioni della curatela fallimentare delle società coinvolte. E in questo quadro, emerge il riconoscimento fisso dell’8% sugli affari a Giuseppe ‘Pino’ Rechichi, già coinvolto nel tentativo di omicidio ai danni del boss della ‘ndrangheta Antonino Imerti, a metà degli anni ’80, all’esplodere della seconda guerra di ‘ndrangheta tra lo stesso Imerti, sostenuto dai Condello-Serraino, e i De Stefano, che provocò oltre settecento morti ammazzati tra la città di Reggio Calabria e la sua provincia”.

Secondo gli inquirenti, Rechichi rappresentava con le sue società – la Gst e la Rec.Im. srl – gli interessi delle cosche di ‘ndrangheta capeggiate dai boss Giovanni Tegano e Carmelo Barbaro. Il procuratore aggiunto Gerardo Dominijanni, che ha coordinato l’indagine, ha parlato di “un’organizzazione diretta essenzialmente a truffare il Comune. Il secondo sacco ai danni di Reggio, dopo il decreto degli anni ’90 – ha sottolineato Dominijanni – grazie ad un drenaggio scientifico di somme destinate al bene comune caratterizzato da passaggi di fondi pubblici per oltre 11 milioni di euro, finiti nella disponibilità di conti privati, grazie alla totale assenza di controlli da parte dell’ente”.