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Giudice calabrese ucciso per fare un ‘favore’ a Totò Riina

Aragoste in carcere e scambi di ‘cortesie’ tra Cosa Nostra e i clan calabresi. Sui rapporti Stato – mafia pentito afferma: “Agli inizi degli anni Novanta, ucciso ‘l’uomo di Andreotti’ i nostri referenti dovevano essere Berlusconi e Dell’Utri”

 

REGGIO CALABRIA – Realtà raccapriccianti emergono dai racconti di un collaboratore di giustizia che ha inteso far chiarezza nei rapporti tra Stato e mafie. Il magistrato di Cassazione Antonino Scopelliti fu ucciso dalla ‘ndrangheta per fare un favore a Totò Riina, che temeva l’esito negativo del ricorso in Cassazione contro le condanne al maxiprocesso di Palermo che avevano decimato capi e gregari di Cosa Nostra e gettato un’ombra di gravi sospetti sul rapporto tra organizzazioni criminali e poteri deviati dello Stato. A dirlo è stato Francesco Onorato, reo confesso dell’omicidio del capo della corrente andreottiana in Sicilia Salvo Lima, che ha deposto oggi in Corte d’assise a Reggio Calabria nel processo denominato “‘ndrangheta stragista”. Rispondendo alle domande del procuratore aggiunto della Dda Giuseppe Lombardo, Onorato ha ribadito di non conoscere gli autori materiali dell’agguato mortale al sostituto procuratore generale della Cassazione Scopelliti, ma che “tutto avvenne per uno scambio di favori e non si poteva dire di no”. Il pentito ha fatto i nomi delle famiglie di ‘ndrangheta pronte allo scambio eguale in fatto di omicidi e traffici criminali: i De Stefano, i Mancuso e i Piromalli.

 

“Quando ci riunivamo in Calabria – ha detto Onorato – tornavamo in Sicilia con le macchine piene di salame, formaggio e ‘nduja, riunioni in cui si discutevano questioni delicate e favori da scambiare. Era notorio che chiunque di Cosa nostra si trovasse in transito dal carcere di Reggio Calabria veniva sempre accolto con grande solidarietà da tutti i detenuti per volere di Paolo De Stefano il quale si faceva carico di farci pervenire pranzi costosi, anche a base di aragosta”. Per il collaboratore “non tutte le cosche di ‘ndrangheta avevano lo stesso peso” e con i siciliani potevano interfacciarsi solo De Stefano, Mancuso e Piromalli. Il collaboratore ha anche ricostruito il clima degli anni ’90, i rapporti con alcune frange della Democrazia Cristiana siciliana, ormai in crisi: “Salvo Lima – ha detto – fu ucciso per non avere mantenuto gli impegni con Cosa Nostra per quanto riguardava la sentenza del maxi processo. Dopo qualche anno dall’omicidio Lima si cominciò a parlare di nuovi referenti, Berlusconi e Dell’Utri, per i quali si doveva votare, anche per modificare il 41 bis”.

 

Rendendo dichiarazioni sulla strategia stragista di Cosa nostra invece il pentito Gaspare Spatuzza, aveva parlato di solidi rapporti dei Graviano con le cosche calabresi, e in particolare dell’intervento della ‘ndrangheta negli attentanti contro i carabinieri a dicembre ’93 e a inizio ’94, dei quali gli avrebbe riferito lo stesso Graviano. Erano poi state valutate le dichiarazioni di altri due collaboratori di giustizia, Antonino Lo Giudice e Consolato Villani su incontri tra esponenti della ‘ndrangheta e i fratelli Graviano in rappresentanza di Cosa Nostra sulla partecipazione dei calabresi alla strategia terroristica.

 

Occorre rintracciare “dirette indicazioni”, sui “contatti tra Giuseppe Graviano e gli esponenti della ‘ndrangheta” rispetto “alla consumazione degli attentati contro appartenenti alle istituzioni”. Invece, “gli unici passaggi motivazionali” sui “rapporti tra il boss di Cosa Nostra Graviano e i calabresi ai fini della consumazione dei delitti riguardano le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza e poi quelle rese da Antonino Lo Giudice e Consolato Villani”. Lo scrive la Cassazione nelle motivazioni della sentenza con la quale ha accolto il ricorso di Giuseppe Graviano, boss di Brancaccio, già detenuto al 41 bis, contro le misure cautelari emesse un anno fa nei suoi confronti nell’ambito dell’inchiesta a Reggio Calabria sugli attentanti del ’93 e del ’94 contro i Carabinieri in Calabria. Secondo la difesa di Graviano, l’ordinanza manca di gravi indizi di colpevolezza.

 

L’ordinanza individuava quindi Graviano come uno dei mandanti delle stragi in Calabria, assieme ai boss della famiglia Piromalli. La prima sezione penale della Cassazione, sottolinea, che se sulle dichiarazioni di Spatuzza vi è un stata “una verifica intrinseca” che ha posto in evidenza che la fonte del pentito ero lo stesso Graviano, “evidenti criticità presenta invece la motivazione” sulle dichiarazioni di Lo Giudice e Villani, che sono gli unici ulteriori elementi a suffragio delle accuse di Spatuzza. Sulla base di questi rilievi, la Cassazione ha quindi annullato l’ordinanza cautelare, prescrivendo una nuova valutazione del tribunale del riesame.

 




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