Stuprata dal branco, al via il processo. Nasone (Libera): “quei ragazzi rappresentano un fallimento”

E’ iniziato oggi, presso la sezione penale del Tribunale di Reggio Calabria, il processo scaturito dall’operazione “Ricatto”; la vittima è una minorenne per due anni abusata dal branco a Melito Porto Salvo

 

REGGIO CALABRIA – E’ iniziato oggi a Reggio Calabria, il processo nell’ambito dell’Operazione denominata “Ricatto” per discutere le varie posizioni dei giovani arrestati piú di un anno fa con l’accusa di stupro nei confronti di una ragazzina all’epoca dei fatti tredicenne. Le accuse sono, a vario titolo di violenza sessuale di gruppo aggravata, atti sessuali con minorenne, detenzione di materiale pedopornografico, violenza privata aggravata e atti persecutori. Sette i destinatari del provvedimento di custodia cautelare in carcere emesso a conclusione delle indagini condotte dai carabinieri su richiesta del gip del Tribunale di Reggio.

Una vicenda che ha riportato alla mente quella di Anna Maria Scarfò, una vittima della violenza del branco che approfittando della fragilità psicologica di una ragazzina l’avrebbe minacciata disponendo di lei come fosse un oggetto da ‘usare’ a proprio piacimento. L’arroganza di un branco che ora se la vedrà con la giustizia.

Una storia che che si è ripetuta in un territorio ancora troppo ‘omertoso’; è cambiata la vittima, anche se è sempre una ragazzina, e sono diversi gli aguzzini, ma le dinamiche no: lo stupro, la violenza, la minaccia ‘mafiosa’, l’omertà… La vittima aveva 13 anni quando iniziò a vivere un periodo di sfruttamento, violenza da parte di un “branco” a capo del quale c’era lui, il rampollo del clan, Giovanni Iamonte. I suoi amici, invece, si ‘dividevano’ la sua ragazza che veniva “prelevata” a scuola e portata a casa di Iamonte dove diventava l’oggetto per soddisfare quelle bestie.

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Una ragazzina che per due anni, ha vissuto nel ricatto mentre gran parte di ‘chi sapeva’ ha fatto finta di non vedere. Iamonte infatti, era sempre con quella ragazzina, mentre in paese gli altri giovani riguardavano i video e le foto che quel branco condivideva contro la volontà della vittima.
Lei non poteva parlare, lei era cosa loro e lo era diventata quando si era ‘innamorata’ di quel ragazzo più grande che all’inizio le dava anche attenzione. Poi dopo averla raggirata ha iniziato a costringerla ad assecondare le sue richieste, perversioni, e man mano, quelle dei suoi amici. Viene costretta, infatti, ad intrattenere rapporti sessuali di gruppo con gli amici del suo fidanzato, tra cui spunta il nome di Iamonte; un nome che ha provocato il silenzio, la paura, la soggezione e l’omertà tipica degli ambienti di ‘ndrangheta. Indagini partite dopo che un’insegnante in un tema, coglie la ferita aperta della giovane che non viene difesa neanche dai suoi genitori, che sanno ma hanno paura di denunciare. Un’organizzazione che secondo i magistrati sarebbe stata retta proprio da Giovanni Iamonte e Davide Schimizzi.

Nasone - LiberaStamattina davanti al tribunale anche i rappresentanti di Libera tra cui Mario Nasone: “Essere qui è un atto dovuto per stare accanto ad una ragazza che ha subito delle violenze terrificanti e Libera ha cercato di starle vicino concretamente aiutandola, accompagnandola… oggi siamo qui per chiedere verità e giustizia, ma non giustizia sommaria. Siamo qui per dire a questa ragazza che non è sola e che questa vicenda non deve lasciare nessuno tranquillo e non può essere delegata ai giudici. E’ stato un fatto devastante e sul banco degli imputati dovremmo esserci in tanti perchè questa vicenda ha fatto venire meno il senso della comunità.  Questa ragazza era una nostra figlia che abbiamo abbandonato e spero – ha dichiarato Nasone – aldilà dell’esito processuale, che ci sia una scossa per farci pensare al futuro dei nostri ragazzi fragili. Quell’emergenza educativa di cui parliamo, possa trovare risposte. Nei nostri territori la Chiesa, il volontariato, sta cercando di essere punto di riferimento ma c’è ancora tanto da fare anche nella politica, che deve decidere se vuole investire e intercettare questi ragazzi o assistere a fatti del genere anche in futuro”

“La comunità quella di Melito, ma non solo, è rimasta scossa dalla vicenda e tutto il mondo che ruota attorno alle persone accusate sente il peso della vicenda. Noi pensiamo anche a questi ragazzi perchè anche loro rappresentano il nostro fallimento. Questa vicenda deve spingere ognuno ad assumersi la propria responsabilità. E’ necessaria una presa di coscienza collettiva”.

Davanti al tribunale di Reggio anche lo striscione contro la violenza alle donne “Non una di meno” e le donne della rete antiviolenza che già nei giorni scorsi avevano annunciato: “Vogliamo essere lì per accompagnarla, per non farla sentire sola in quello che sarà un processo lungo e doloroso, molto doloroso”.