Birra artigianale, sono ben sette i birrifici calabresi

COSENZA – La birra artigianale è una realtà dilagante in tutta Italia, ma non si tratta più di un fenomeno limitato alle regioni settentrionali.

Microbirrifici.org, che offre una panoramica costantemente aggiornata del numero di produttori presenti lungo lo stivale (birrifici, brewpub e beerfirm), è un chiaro esempio  dell’espansione che negli ultimi anni questo settore è riuscito ad avere, trainato dalla crescente passione degli “addetti al settore” e, ovviamente, dal lavoro pregresso che i birrifici più longevi hanno realizzato, spianando la strada alle “nuove leve”.Il risultato è stato quello di sradicare il connaturato pregiudizio che vede l’Italia come un Paese esclusivamente (o quasi) a vocazione vitivinicola.

Appena un anno fa apprendevo che l’Italia è uno tra i Paesi europei col minor consumo pro capite di birra, inferiore persino alla Francia, altro Paese dalla lunga tradizione vitivinicola. Il confronto la dice lunga, quindi, sull’amore che gli italiani nutrono per la “bionda” (per favore, non chiamatela così!). Un amore latente, che però cresce paurosamente, quasi autoalimentandosi, forte di un  momento di grazia della birra artigianale italiana, apprezzata anche a livello internazionale, dove continua a  collezionare innumerevoli premi e riconoscimenti. Birra artigianale italiana è sempre più sinonimo di qualità, visto che i birrifici nostrani riescono a tenere testa a “colossi” quali Belgio, Germania e Stati Uniti, che possono vantare (un po’ meno gli USA) una tradizione brassicola più antica. E se la situazione italiana non può che far sorridere e sperare ancora in merito allo sviluppo di questo mercato, tralasciando i limiti dettati dall’elevato numero di produttori e dalla grandezza, spesso sottodimensionata, dei microbirrifici, qual è la situazione in Calabria?

In generale, il Meridione si muove in ritardo rispetto a fenomenologie e mode già ampiamente diffuse nell’area centro-settentrionale. Non è tuttavia un limite unicamente geografico, se consideriamo Roma, che poi tanto settentrionale non è, la capitale (anche)della birra artigianale. Non ho avuto modo di conoscere personalmente le realtà settentrionali, ma posso assicurarvi che Roma è la mecca per chi beve pane liquido. Campania e Puglia iniziano a dare segnali forti, ma la Calabria mostra la chiara intenzione di non voler essere lasciata indietro.

In Calabria sono presenti nove birrifici, di cui due dichiarati inattivi da tempo. Ne restano dunque sette, che si dividono più o meno equamente lo scenario regionale: due a Catanzaro (Esperia e Gladium, birrificio artigianale della Presila), uno a Vibo Valentia (Cunegonda), uno a Reggio Calabria (LimenBrewery), uno a Crotone (Blandino) e infine due a Cosenza (Mida e la beerfirmBirra Olimpo).

Ma tra vecchie conoscenze e nuove aperture (è nel 2013 che hanno visto la nascita Blandino e LimenBrewery), il pentolone non manca di ribollire di novità. È appena iniziata l’avventura Calabrewers (beerfirm che si appoggia agli impianti del lombardoBrewfist), capitanata da Francesco DONATO, uno degli esponenti di punta del movimento brassicolo calabrese e titolare di un noto locale reggino, il Malto Gradimento. Le sue birre sono intenzionate ad esaltare il legame col territorio, e infatti la primogenita della famiglia si chiama Beergamott, prodotta con l’impiego dell’agrume locale. Si aggiunge poi il nuovo progetto brassicolo di Eraldo Corti (altro pioniere della birra in Calabria), che dopo diversi anni di produzione della sua birra (Riulì) presso impianti terzi, ha deciso di avviare il proprio autonomo impianto, affiancato da Marco FERRINI, titolare di un agriturismo (chiocciolato) a Nocera Terinese,Calabria al Cubo. La nuova realtà si chiama ‘A Magara.

Sono segnali confortanti, soprattutto se si mettono a confronto il ritmo precedente e quello attuale che seguono le aperture di birrifici, birrerie ed esercizi inerenti. Possiamo quindi menzionare i locali che si occupano di promuovere la  birra artigianale sul territorio. Oltre al già citato Malto Gradimento a Reggio, abbiamo il Santo Bevitore a Catanzaro (uno dei 50 pub italiani presso cui potete trovare alla spina una speciale birra trappista di origine belga, la Chimay Dorée), il Rubirosa di Vibo Valentia, Nabbirra (di cui è titolare proprio il birraio Eraldo Corti) a Cosenza,e probabilmente qualcuno (ancora) sconosciuto al sottoscritto.

Senza contare poi, dettaglio fondamentale, il diffondersi di un forte interesse per l’homebrewing (produzione casalinga di birra), che da sempre ha avuto il merito di avvicinare nuovi appassionati. Ciascuno di noi, del resto, può fare birra. Bisogna solo iniziare a “sporcarsi le mani” per capire se è un hobby che può o meno piacere. Nella maggior parte dei casi lo è, indipendentemente dal tempo che gli si riesce a dedicare. Da quel momento in poi è tutto in discesa: fare birra significa bere, assaggiare in concerto con altre persone, conoscere e far conoscere. Molti degli attuali birrai sono nati proprio come homebrewers, per poi rendersi conto che la produzione all’interno delle mura domestiche non bastava più a placare…la loro sete!

Insomma, i presupposti per affermare che la Calabria brassicola c’è, e vuole farsi notare, ci sono tutti. Manca però un elemento essenziale, forse il più importante: abbattere il pregiudizio che, da tempo, grava sul mondo della birra e che ovunque, anche nel resto d’Italia, la rende vittima di informazioni false, spesso conseguenti all’immagine e alla comunicazione dei brand di birra industriale, e ad una generalizzata mancanza di “cultura” birraria. Quello che si nota oggi, ed è questo il segnale di maggior conforto, è il crescente interesse generale verso ciò che si mangia/beve. Si assiste ad un’ampia responsabilizzazione del consumatore, che diventa più cosciente di ciò che consuma.

Questa predisposizione ad accogliere informazioni, unita alla diffusione del credo “sono quello che mangio/bevo”, favorisce la diffusione di birra artigianale in Calabria. Un posto dove fino a qualche tempo fa eravamo convinti che la birra “rossa” fosse la più buona di tutte, e la birra “nera” non esistesse. Un posto dove oggi siamo ancora convinti che la birra doppio malto sia uno stile, e che la birra debba essere bevuta ghiacciata e senza schiuma. Ma sono passi in avanti. Soprattutto se si considera che, almeno una persona su dieci (statistica assolutamente personale), comprende la differenza tra birra artigianale e industriale, e rispetto alla prima inizia a chiedere, anzi, pretendere, di consumarla nel bicchiere. Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per…il movimento birrario calabrese!