“Donne, violenza e ‘ndrangheta”, a Rende il fratello di Maria Chindamo «siamo qui per reagire»

Vincenzo Chindamo ai ragazzi: «la 'ndrangheta non deve farvi paura, ma schifo». Stamattina l'incontro con gli studenti all'auditorium Giovanni Paolo II a Rende

RENDE – Lea Garofalo, Simona Napoli, Maria Concetta Cacciola, Giuseppina Pesce, Denise Cosco, Barbara Corvi e Maria Chindamo. Donne che hanno provato ad alzare la testa contro il potere della ‘ndrangheta. Ad alcune di loro però, la loro ribellione è costata la vita mentre altre, sono riuscite a cambiarla rifugiandosi nella protezione dello Stato. Questa mattina davanti a decine di studenti all’Auditorium Giovanni Paolo II di Rende in via Repaci, l’iniziativa promossa dal presidio Libera di Cosenza “Sergio Cosmai”, rappresentato da Franca Ferrami, e dal Liceo Scientifico “Pitagora”, in vista del prossimo 21 marzo in cui ricorre la Giornata della Memoria dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.

«Ci sarà una manifestazione nazionale a Roma, e questa è una delle iniziative preparatorie. Il presidio Libera di Cosenza, intitolato a Sergio Cosmai è attivo sul territorio da più di 3 anni e facciamo il possibile per portare avanti il messaggio di don Luigi Ciotti – spiega Franca Ferrami –  che non tutti conoscono come meriterebbe. Rivolgersi ai giovani è sempre importante perchè c’è un obiettivo di educazione ed è giusto che conoscano tali contesti. Oggi leggeremo 80 nomi di vittime calabresi che in realtà sono più di 180 per dire “queste cose sono accadute qua, dove anche voi vivete, e non possiamo fare finta di niente”».

vincenzo chindamo sabrina garofalo 02

Sabrina Garofalo: «rivolgersi agli studenti è un esercizio di democrazia»

All’incontro, moderato da Arcangelo Badolati, alla presenza di tanti studenti, docenti e insieme al gruppo scolastico protagonista del progetto ‘Le sentinelle della legalità‘, la sociologa Sabrina Garofalo, dottore di ricerca in Politica società e cultura per l’Università della Calabria, che ha scritto il libro intitolato “Donne, violenza e ’ndrangheta. Metodi, storie e politiche”: «Una ricerca che ho condotto negli ultimi anni e che intende decostruire un immaginario legato alla ‘ndrangheta in cui donne e bambini non si toccano; in realtà non è così e da tutte le storie, emergono situazioni di violenza, nelle relazioni e nel privato, e in tutte le declinazioni che ci fornisce anche la Convenzione di Istanbul che vengono subite da queste donne. Raccontiamo le storie delle donne vittime e soprattutto di quelle sopravvissute alla violenza maschile a mafiosa. Parlarne qui, oggi, agli studenti è un ‘esercizio di democrazia’ per lanciare un messaggio di contrasto al potere maschile sulle donne e anche ‘ndranghetista».

«La storia di Maria Chindamo – spiega Garofalo – è emblematica per questa terra, è una storia di cittadinanza. Maria era una figlia di questa terra che ha fatto delle scelte di libertà, ha scelto di essere donna e di rimanere nella sua terra, ed è per questo che è stata ‘punita’. Dobbiamo stare accanto alla sua famiglia e dimostrare che la Calabria sta accanto a loro, alla verità e alla giustizia».

incontro libera auditorium garofalo chindamo 02

Vincenzo Chindamo: «la storia di mia sorella serva da rinascita»

Presente all’iniziativa il fratello di Maria Chindamo, l’imprenditrice vittima di lupara bianca uccisa e fatta sparire il 6 maggio del 2016. Una donna, una madre, un’imprenditrice, una persona libera. La testimonianza di suo fratello parte da lontano, proprio dal suo essere ‘fratello’: «Sono qui perchè la storia di mia sorella non è chiusa in un recinto familiare, è una storia di comunità. In questo momento a Cosenza sono insieme alla ‘famiglia degli studenti‘ che condividono questo dolore e la forza negativa inflitta a Maria e alla mia famiglia, e che mi auguro siano pronti a trarne una rinascita, un’evoluzione verso concetti di libertà, di rispetto, di conoscenza di questi fenomeni. Rivolgersi ai ragazzi è fondamentale perchè loro fanno parte di una generazione che ha subìto la storia negativa di alcuni aspetti della società calabrese. Vogliono cambiare, riscrivere la storia della Calabria e la storia di Maria insieme ad altre storie, possano essere scintille che innescano cambiamenti nella nostra società».

incontro libera auditorium garofalo chindamo 01

Nel suo intervento Vincenzo Chindamo, racconta il percorso di vita di una donna, sua sorella, che è cresciuta ed ha costruito sè stessa con tanta determinazione, partendo dagli studi, da un amore quello per il marito iniziato quando era ancora una ragazzina. Poi l’arrivo dei suoi tre figli fino all’esigenza di volere separarsi dal marito. Quella scelta, quella decisione da donna libera le è costata la vita. Mentre si rivolge ai ragazzi, Vincenzo Chindamo ne invita alcuni ad accorciare le distanze e a salire sul palco insieme ai protagonisti dell’incontro, per non creare alcuna barriera.

«Quanto accaduto ha ferito me, la mia famiglia e un territorio intero e siamo qui per reagire a questo male, insieme, e capire cosa è possibile fare insieme». Un racconto forte quello del fratello di Maria, che parte da lontano e da un contesto, quello del suo paese, Laurena di Borrello, che nel tempo ha trasformato le strade dove i ragazzi giocavano, in un luogo di guerra. Una ricostruzione di una famiglia che tenta di “dribblare i fenomeni mafiosi”.

«Una famiglia di insegnanti con due figli, Maria e Vincenzo. Mia sorella era una ragazza studiosa e i miei genitori avevano grandi attese per lei. A scuola appena sedicenne, conosce il fratello della sua compagna di banco, Nando. Si innamorano, si frequentano e a 21 anni, decidono di sposarsi e di mettere su famiglia. Intanto Maria con la sua forza e determinazione continuva a studiare per diventare commercialista ed ha anche avviato l’azienda agricola insieme al marito. Tutto andava bene fino a quando – racconta Vincenzo – questo suo percorso di libertà è mutato. Maria sente di non amare più suo marito e annuncia di volersi separare. Ed è qui che accade il putiferio. Quella sua scelta gli costerà la vita.

A scatenare tutto, il suicidio del marito Nando «che era un uomo buono – racconta il fratello di Maria Chindamo – ma alle pretese del padre di reagire davanti alla libertà di Maria cade in una grave forma di depressione”. Lui infatti, assecondava la scelta di Maria e viveva però il contrasto di quella mentalità che gli impone di non accettare che la moglie lo lasciasse cadendo in una forte depressione».

«Un uomo buono e gentile che prova a togliersi la vita una prima volta – racconta Vincenzo – e nel primo tentativo io sono riuscito ad arrivare in tempo, chiamato da mia sorella, e a toglierli l’arma di mano. La seconda volta però, il 5 maggio 2015, con un colpo di pistola alla testa, Nando si toglie la vita. In quel momento la cultura di ‘ndrangheta continua ad avere ancora più sete di sangue: “E’ colpa di Maria e della sua libertà, e gliela devono fare pagare”. E così viene ostacolata, allontanata per la sua voglia di rifarsi una vita, di studiare, di vivere una nuova storia d’amore. Affronta un anno difficile, perdendo il suo sorriso, quello che conosciamo tutti dalle foto che circolano in rete. Con forza e tenacia prova a superare tutto questo e decide di prendersi cura della sua terra e del futuro dei suoi figli. Scende nelle terre, nelle campagne, studia e riesce a portare avanti il progetto dell’azienda agricola iniziato con il marito».

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«Dopo un anno, Maria aveva riacquistato sicurezza in sè stessa e le era tornato quel sorriso; ma è durato poco. La mattina del 6 maggio 2016, si alza per andare a Limbadi, in provincia di Vibo, nella sua terra per un appuntamento con due operai che avrebbero dovuto svolgere dei lavori. Appuntamento alle 7 ma lei è arrivata un pò in ritardo». A quell’appuntamento però troverà i suoi assassini. Il racconto di Vincenzo Chindamo prosegue con lo strazio di un fratello che arriva sul luogo dove sua sorella è lettteralmente sparita; resta la sua auto e sangue ovunque.

I ragazzi ascoltano in silenzio ogni dettaglio della storia. Si colgono la rabbia e il dolore, ancora vivi a distanza di 8 anni. «Ci siamo trovati catapultati da una vita normale a vedere il sangue e le ciocche di capelli di mia sorella attaccati allo sportello. Quello che era successo a Maria in quel momento non si sapeva. Dopo qualche anno, collaboratori di giustizia hanno fornito dei dettagli che, incrociati con le indagini restituiscono uno scenario terribile».

«Il 14 marzo – spiega Vincenzo Chindamo – ci sarà la prima udienza dell’unico imputato, Salvatore Ascone, un dirimpettaio della sua terra che insieme, secondo la Procura di Catanzaro, avrebbe in associazione con il padre dei figli di Maria, il nonno dei miei nipoti, e altri, avrebbero deciso di far pagare a Maria il suicidio di Nando e vendicarlo, e di uccidere la loro mamma. Doveva pagare la sua scelta di voler amare un altro. Uno voleva le sue terre, conquistare il territorio; l’altro invece, voleva vendicare il figlio morto suicida. Sono arrivati a distruggere il corpo di Maria dandolo in pasto ai maiali. Non si fa neanche con gli animali e a questo arriva la cultura di ‘ndrangheta».

Chindamo ai ragazzi: «la ‘ndrangheta non deve farvi paura, ma schifo»

«Oggi tutto questo non deve farvi paura, deve farvi schifo come a me. Ve lo dico con il cuore, perchè vi considero parte di questa importante famiglia calabrese, e sono certo che non volete accettare queste cose».

«I territori sono disseminati di queste storie, nel passato e nel presente. Saranno anche nel futuro se non ci guardiamo in faccia e decidiamo cosa fare. La cultura della ‘ndrangheta non è solo estorsioni, droga… che sembrano lontane da noi; è chiusura, sopraffazione, privazione della libertà e addirittura dei pensieri personali. Non abbiamo le soluzioni, siamo qui per dirvi questo. Sarebbe bello poter far smettere tutto e subito, ma non abbiamo questo potere, possiamo solo dialogare insieme».

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