Omicidi in famiglia: l’analisi degli esperti

COSENZA – Quando la morte ha il volto del partner. Le ragioni del parossistico aumento dei delitti relazionali.

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Il costante aumento dei delitti relazionali, non solo passionali o familiari, ma anche tra conoscenti, suscita allarme e preoccupazione. Cosa succede? Si può liquidare il tutto con la sola crisi della famiglia e della società?

Arcangelo Badolati, caposervizi della redazione cosentina della Gazzetta del Sud, nonchè autore di “Omicidi relazionali”, ha fatto un’analisi, raccogliendo il parere di due esperti: Francesco Bruno, criminologo di fama internazionale al quale abbiamo chiesto un profilo psichiatrico e Luca Chianelli, criminalista ed esperto in analisi della scena del crimine.

Professor Bruno, sono realmente in aumento i delitti relazionali oppure è solo questione di una maggiore attenzione mediatica?

“I delitti relazionali sono sicuramente in aumento e per essi non intendo solo riferirmi agli omicidi. Esistono, infatti, numerose deviazioni criminali di quella che dovrebbe essere la normale relazione fra gli uomini. Essi sono dovuti alla patologia delle relazioni comportamentali che si va diffondendo nella nostra società; prima fra tutti quella che sembra disturbare le relazioni che si fanno sempre più complesse e sempre più difficili fra uomo e donna. Anche le altre relazioni sono fortemente patologiche e possono paragonarsi a malattie che sono rappresentate ad esempio dallo stalking che si compendia in una difficoltà a relazionarsi con normalità tra amici o tra persone che si scambiano affetto, per cui tale rapporto si trasforma in una vera e propria persecuzione. Anche il mobbing è una patologia che si verifica nei rapporti di lavoro. Questo aumento di patologia è dovuto all’accelerazione di rapporti sociali che si manifestano in una società che diventa ogni giorno più complessa e articolata, società in cui l’uomo non ha tempo sufficiente per adattarsi al cambiamento che si verifica già molto evidente in una singola generazione”.

Perché ad uccidere è quasi sempre l’uomo?

“L’uomo è quasi sempre responsabile delle uccisioni dei suoi simili perché è più aggressivo e violento della donna. Per cento uomini che uccidono, le donne sono solamente cinque o sei. Responsabile di questa maggiore aggressività è il testosterone che rende l’uomo più forte e aggressivo della donna, ma non aumenta anzi diminuisce la stabilità della personalità ed i suoi impulsi. Innanzitutto per questo motivo si può quindi dire che l’uomo è un gigante dai piedi di argilla. Le donne poi sono molto più disposte per la loro funzione materna alla solidarietà, al perdono ed a conservare la stabilità delle relazioni”.

Nei delitti relazionali spesso sentiamo parlare di raptus, anche se sappiamo bene che è un concetto molto discutibile in psichiatria. Quale il confine tra impeto e premeditazione?

“E’ vero che l’omicidio di impeto vero e proprio praticamente non esiste mentre, al contrario, quello che a noi sembra di impeto è in realtà costituito dal verificarsi di una scena che già a livello inconscio l’aggressore si è prefigurato molte volte, forse anche più di una volta al giorno. Per esempio quelle persone che uccidono perchè dicono di sentirsi provocati e di provare una irresistibile necessità di aggressione, a meno che non sono patologicamente affetti da discontrollo degli impulsi, in realtà non fanno altro che recitare finalmente sul palcoscenico della vita quella fantasia che fino a quel momento si prefiguravano, ma non avevano il coraggio di agire”.

Alla base di molti omicidi relazionali viene indicata quale movente la gelosia. Quando e perché questo sentimento diventa spinta mortale?

“La gelosia corrisponde ed è proporzionale al nostro livello di insicurezza per cui possiamo dire quanto più siamo insicuri tanto più siamo gelosi. Quando attraverso la gelosia finiamo per distruggere il nostro oggetto d’amore rimaniamo vuoti, sentiamo un senso di inutilità e come Otello vorremmo darci la morte da soli”.

Oggi è cambiato il concetto di valore della vita e dei rapporti affettivi?

“Oggi il valore della vita umana è certamente molto più grande che non in passato. Ma se questo è vero per la società in generale non è ancora completamente vero nei rapporti familiari, in quello di coppia e nei rapporti affettivi tra gli individui. Molte volte, infatti, tra queste persone sembrano verificarsi situazioni apparentemente senza uscita in cui affiorano i sentimenti più selvaggi ed in cui alla “vita mea” si oppone “mors tua” ovvero per sopravvivere noi stessi si sente l’impulso ed il bisogno di far scomparire l’altro. Per questo motivo oggi si uccide meno frequentemente di un tempo, ma, rispetto alla concezione che tutti abbiamo molto alto del valore umano, sembriamo contraddirci proprio nei rapporti in cui i sentimenti la fanno da padrone”.

La scena del crimine rivela subito la matrice passionale del fatto. Luca Chianelli, criminalista, è direttore del C.I.S. – Centro Investigazioni Scientifiche – composto da un pool di professionisti, che lavora in costante sinergia con diversi laboratori universitari.

Dott. Chianelli, quali l’incidenza e le caratteristiche, da un punto di vista criminalistico, dei delitti passionali?

“I delitti passionali sono collocabili al primo posto tra i crimini consumati in Italia. Da un punto di vista tecnico si evidenzia un’età media dell’aggressore di 35-40 anni, in genere la vittima è di sesso femminile, ma il dato più importante dal punto di vista investigativo è la cosiddetta “familiarità” ovvero il rapporto autore-vittima che sussiste nel 90% dei casi; infatti, dietro fatti di sangue così efferati si nasconde, di frequente, una storia di coppia burrascosa, in cui l’omicidio rappresenta la tragica risoluzione di un “rapporto a due” divenuto ormai patologico”.

Come si riconoscono questi delitti?

“Nei casi di omicidio passionale, l’esame della scena criminis evidenzia spesso la simultanea presenza di alcuni elementi di interesse criminalistico: non si rilevano segni e tracce di effrazione su porte e/o finestre, ne consegue che l’aggressore vive in quella casa o ne ha le chiavi, oppure conosce la vittima o si è guadagnato la sua fiducia per entrare in casa. All’interno dell’abitazione non si rilevano segni di rovistamento, elementi fuori posto, particolare disordine e tracce riconducibili ad un furto o ad una rapina finiti male; denaro, gioielli e altri oggetti di valore, nonostante “in bella vista” o a “portata di mano”, non vengono sottratti. La modalità omicidiaria è estremamente varia, ma in genere l’aggressione si realizza attraverso l’accoltellamento, il soffocamento o lo strangolamento, oppure mediante l’utilizzo di armi proprie ed improprie. L’arma più utilizzata è quella bianca, solitamente un coltello (spesso da cucina) sia per la facilità di reperimento e sia perché in tal modo si riesce a realizzare una sorta di ultimo “corpo a corpo” (contatto fisico e penetrazione) con la vittima; anche l’uso di un’arma da fuoco risulta abbastanza frequente, ma sempre subordinato alla disponibilità; in genere essa è corta “rigata” (cal.6,35mm–7,65mm–9mm) ma non è inconsueta anche l’arma lunga “liscia” (cal.12) ovvero il classico fucile da caccia facilmente reperibile; altre volte, invece, oggetti contundenti di vario genere (sassi, soprammobili, utensili da lavoro, bastoni) o “strangule” di natura e forma diverse (cinture, corde, sciarpe, catenine, cavetti per cellulari o pc) utilizzate per lo strangolamento. Molto spesso la violenza sulla vittima è evidentemente smisurata; nei casi di accoltellamento il numero di coltellate inferte è in genere alto, in altri casi la testa viene letteralmente fracassata dall’oggetto contundente; inoltre, di frequente, sia alcuni specifici segni di colluttazione e sia le particolari localizzazione e morfologia delle tracce ematiche risultano riconducibili a diversi e vani tentativi di fuga della vittima; i caratteristici tagli sulle mani e sugli avambracci di quest’ultima, evidenziano le varie manovre di difesa realizzate provando a schivare o afferrare l’arma da taglio”.

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