Riciclaggio e ricettazione nella clinica lager di Serra d'Aiello, quattro assolti - QuiCosenza.it
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Riciclaggio e ricettazione nella clinica lager di Serra d’Aiello, quattro assolti

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Malati costretti a vivere tra gli escrementi e dodici pazienti scomparsi nel nulla. Nel completo silenzio della curia.

 

COSENZA – Si è concluso ieri il troncone del processo dedicato agli episodi di riciclaggio e ricettazione che sarebbero stati consumati nella famigerata clinica lager di Serra d’Aiello: il Papa Giovanni XXIII. Secondo l’accusa, Linda Marano amministratrice della ”Alen srl” (società che gestiva l’istituto) e suo marito Ettore Notti avrebbero trafugato dalle casse del Papa Giovanni 340mila euro e acquistato una casa con mansarda e garage. Il denaro, frutto delle appropriazioni indebite che il boss della clinica don Alfredo Luberto aveva perpetrato negli anni facendo scivolare nei suoi conti correnti 3 milioni e mezzo di euro, era stato secondo l’accusa in questo modo  riciclato e ripulito da ogni sospetto. Inoltre la coppia, difesa dal sindaco di Rende l’avvocato Marcello Manna, con la complicità del contabile della clinica Fausto Arcuri e del socio di Luberto, Marco Rizzi, avrebbe prelevato e spartito 445mila euro dirottandoli dai conti correnti del Papa Giovanni nelle proprie tasche attraverso diverse operazioni. Un escamotage che ha fatto scaturire le indagini a loro carico per il reato di ricettazione.

 

I quattro sono stati ieri assolti con formula piena dal Tribunale di Cosenza in quanto le prove sono risultate essere inconsistenti. Resta invece ferma la condanna un anno e dieci mesi di reclusione incassata da Luberto in Aprile per bancarotta fraudolenta e di cinque anni per associazione a delinquere, appropriazione indebita ed abbandono di incapaci. L’istituto, che nel periodo più florido contava mille pazienti, dalla Regione Calabria incassava al giorno 150 euro per ciascuno degli ospiti. Cento milioni di euro in tutto la cifra scomparsa dalle casse del Papa Giovanni. Dodici invece i pazienti spariti insieme alle cartelle cliniche e due casi di presunti omicidi occultati e dichiarati quali morti naturali. Una vergogna consumatasi con la benedizione dell’arcidiocesi Cosenza – Bisignano che sul caso non volle mai far luce. Nonostante le ripetute sollecitazioni ricevute soprattutto con le denunce di Padre Fedele a riguardo delle nefandezze quotidianamente consumate in quella che doveva essere una perla dell’assistenza psichiatrica e per anziani nel cosentino, la curia non intervenne mai attendendo che la magistratura sgomberasse lo stabile.

 

 

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