Talpe del clan Rango – Zingari: in aula parlano i pentiti

Secondo la Distrettuale il carabiniere e il poliziotto aiutavano il clan passando informazioni in cambio di denaro e trattamenti di favore 

 

COSENZA – Nuova udienza del processo a carico di Vincenzo Ciciarello, 60 anni, ex detective della Squadra mobile di Cosenza, Antonino Perticari, 56 anni, ex brigadiere dell’Arma in servizio alla stazione di Cosenza nord all’epoca dei fatti e Enrico Francesco Costabile, di 49 anni e Fabrizio Bertelli, 45 anni, dipendente civile in servizio alla Polizia stradale di Cosenza, ritenuti responsabili di “concorso esterno in associazione mafiosa”. L’accusa rientrò in una più ampia attività investigativa – condotta dal Procuratore Aggiunto  Vincenzo Luberto e dal Sostituto Procuratore Pierpaolo Bruni e coordinate dal Procuratore della Repubblica di Catanzaro Giovanni Bombardieri – congiuntamente svolta dalla Squadra Mobile della Questura di Cosenza e dal Reparto Operativo del Comando Provinciale Carabinieri di Cosenza. Secondo la Distrettuale sarebbero stati i confidenti della cosca Rango-Zingari di Cosenza, che avrebbero passato al boss, Maurizio Rango, ogni tipo di informazione utile per sfuggire alla cattura di ordinanze cautelari

In composizione collegiale presieduta dal giudice Carpino sono stati sentite tre collaboratori di giustizia, Roberto Violetta Calabrese, Pierluigi Terrazzano e Edyta Kopaczynska moglie del defunto Michele Bruni ritenuto il capo della cosca dei Bella Bella. Presenti in aula gli imputati Ciciarello e Perticari difesi dagli avvocati Roberto Le Pera e Filippo Cinannte; assente Costabile difeso dall’avvocato Antonio Quintieri

Il brigadiere riferì al nipote di Presta della mia collaborazione

Roberto Violetta Calabrese dal sito protetto ha risposto alle domande del pubblico ministero della Dda in riferimento al brigadiere Antonino Perticari. «Sono collaboratore di giustizia dal 4 marzo 2013. Ho iniziato la collaborazione per una disputa successa tra me e Castiglia e il suo gruppo in relazione ad una costruzione di un palazzo. Non sono stato mai condannato per reati di criminalità mafiosa. Ho alcuni processi da iniziare ed uno è terminato con una condanna ad un anno, pena sospesa, per reato di usura. Gli altri procedimenti sono inerenti lo scambio di voto con il sindaco ed il vice sindaco del comune di Castrolibero».

L’accusa poi entra nel merito dell’udienza odierna chiedendo i rapporti con il brigadiere dell’Arma Antonino Perticari. «Sì, lo conosco da quando era in servizio alla Paolo Grippo insieme al maresciallo Saponangelo ma non abbiamo mai avuto rapporti. C’era un rispetto di buongiorno e buonasera. All’inizio della mia collaborazione per quello che ho dichiarato agli inquirenti, quando spararono a mio padre e a mio fratello in via XXIV Maggio, la sera mi portarono a casa e venne la macchina dei carabinieri. Lui mi vide e andò da A.S. a riportare quello che aveva visto e cioè che ero a casa e c’era la macchina dei carabinieri che andava e veniva. Aveva detto già che avevo iniziato la collaborazione con i carabinieri.

A. S. è il titolare dell’agenzia ippica di Cosenza, un nipote di Franco Presta. Era la sera che hanno sparato a mio padre e a mio fratello, o la prima o la seconda volta che andavo dai carabinieri davanti al dottore Luberto, parliamo sempre di inizio marzo 2013. Questa circostanza la appresi tramite la mia famiglia. Glielo aveva detto M. M. a mio zio che “il messinese” aveva detto che mi trovavo a casa quella sera. Se non ricordo male dopo due o tre sere vennero sotto casa mia M.M. e A.S. che volevano parlare con me perchè la famiglia di A.S. avevano acquistato tre appartamenti in un palazzo in via Popilia, e in un altro dovevano fare il passaggio di proprietà e volevano parlare con me per sapere come dovevano fare con l’atto notarile. Io li vidi dalla finestra ma non ho voluto né parlarci, né incontrarli. Per me era finita la storia con tutti quanti.

A.S. è intimo amico di M.M. che è l’intermediario che fece acquistare gli appartamenti a via Popilia ad A.S.. Poichè M.M. era, sotto forma amichevole, un responsabile di quella vendita A.S. chiama  a M. M. e gli chiede come deve fare perchè Roberto è collaboratore di giustizia per avere un altro atto notarile“. Entrambi tentarono di voler parlare con me e mi chiamarono numerose volte al telefonino, cose che ho pure riferito, per parlare e d aggiustare la situazione.

La difesa di Perticari, l’avvocato Cinnante in controesame ha chiesto a Calabrese di confermare la sera dell’incontro con il brigadiere Perticari quando ci fu la sparatoria ai danni del padre e del fratello e, dopo quella circostanza, di avere saputo che lo stesso brigadiere sarebbe andato a riferire dell’inizio della sua collaborazione: «Quella sera che è arrivata la macchina dei carabinieri, lui era in macchina in divisa. Quando è sceso dalla macchina io salutavo mia mamma che era dalla finestra di casa mia in cucina; lui alzò la testa e ci siamo guardati in faccia».

Terrazzano non ricorda il brigadiere Perticari

Altro collaboratore di giustizia a rispondere alle domande del pubblico ministero dal sito riservato è Pierluigi Terrazzano «Sono collaboratore di giustizia dall’ottobre 2012 a causa di problemi (…). Sono dovuto andare via, ero in pericolo di vita, in quel momento avevo paura. Ho preferito collaborare con la giustizia, non avevo nessuna condanna sulle spalle ma ho preferito questa scelta. Sono stato sottoposto subito a programma di protezione. Ho finito di scontare sei anni tra carcere e domiciliari per il reato di rapina; sotto protezione non ho fatto nessun tipo di reato.

Alla domanda della conoscenza con il brigadiere Perticari, Terrazzano risponde di non conoscerlo. Neanche quando l’accusa gli ricorda il soprannome “il messinese”: «Neanche Nino il messinese, sono passati sette anni. Non mi viene in mente niente».

L’accusa passa a contestazione con l’interrogatorio del 15 ottobre 2012 in cui Terrazzano fece riferimento ad un carabiniere che si chiama Nino il messinese. Si legge nel verbale: “Consideri che il giorno prima di essere arrestato  mi sono spostato in quanto R.A., in mia presenza è stata avvisata da un carabiniere che si chiama Nino il messinese che le forze dell’ordine mi avrebbero rintracciato presso la sua abitazione. Il giorno dopo sono stato arrestato””.  «E’ mia cugina ma questa cosa qui non me la ricorda al momento – risponde Terrazzano al pubblico ministero -. Ma se l’ho detta…! Al momento non la ricordo. R. è mia cugina di sangue. Sono stato arrestato in quel periodo e poi ho iniziato a collaborare. Sono stato arrestato dai carabinieri per rapina.

Mai stato latitante

«L’ultima volta che mi sono “buttato” (diventato collaboratore) è stato il 2012. Io latitante non ci sono mai stato, né irreperibile, né sono fuggito dalle forze dell’ordine. A me mi hanno fermato per strada non ricordo dove e mi hanno detto “seguici in caserma” e mi hanno arrestato. Io non sono fuggito, non avevo nessun mandato di cattura ero nella mia città».

L’accusa procede a contestazione: “Il giorno dopo sono stato arrestato per quanto concerne quanto riferito da Nino Messinese; l’ho visto dire anche per cenni a mia cugina che le forze dell’ordine sapevano che ero rifugiato presso la sua abitazione ed è stata la mia stessa cugina a dire che quel carabiniere che io ho visto in divisa si chiama Nino il messinese”. «Non ricordo questo passaggio  – continua a sottolineare Terrazzano -, ma se l’ho detta è capace che è così. Ho avuto brutte esperienze in questi anni, malattie e cose varie, di testa non sono stato bene, non ricordo al momento. Non mi sono rifugiato a casa di mia cugina, io l’andavo a trovare sempre. Passavo da mia cugina a trovarla perchè il marito “era dentro” e l’andavo a trovare: sostegno a vicenda, era sola!”

Anche per Terrazzano la difesa di Perticari, l’avvocato Cinnante pone solo una domanda: “Può descrivere fisicamente il brigadiere Perticari? è stato mai latitante?” «Io non l’ho conosco avvocato, non conosco Perticari. E non sono mai stato latitante».

Kopaczynska: Nino veniva a casa e pagavamo le informazioni

Sono collaboratrice di giustizia dal 27 agosto 2013. Sono stata condannata per il 416 bis, associazione di tipo mafioso e sono stata in carcere e adesso sono ai domiciliari. La mia appartenenza all’associazione perché convivente di Michele Bruni. Non mi hanno riconosciuto l’art. 8 delle attenuanti perché ho iniziato a collaborare nell’ultima udienza del processo. Ho collaborato con la giustizia perché dopo la morte di mio cognato che era stato ucciso ormai i nostri amici erano diventati nemici, ho capito tante cose. Come sapete mi sono state tolte tutte le mie cose, anche la casa, tutti i miei averi. Ho saputo anche che dovevo essere ammazzata e ho preferito la mia vita non solo la mia ma quella soprattutto di mio figlio.

Conosco Nino il messinese, lo chiamiamo così. L’ho conosciuto quando mi sono messa con mio marito e faceva il carabiniere nel 2003. Prestava servizio all’inizio alla caserma vicino al comune di Cosenza e poi l’hanno spostato alla caserma nuova in via Popilia.

Lo conosco da parecchio. All’inizio era un brigadiere normale che veniva a fare controlli a mio marito perché era sorvegliato speciale. E si comportava normale. Era un carabiniere che faceva il suo dovere. Poi dal 2008 o 2009 ha iniziato a chiedere soldi a mio marito. Aveva dei problemi. I soldi erano per le informazioni riservate. Siccome mio marito all’epoca dei fatti aveva un sacco di mandati di cattura per il processo Missing; da una parte la Cassazione annullava dopo otto mesi c’era di nuovo il mandato di cattura. Si sapeva ormai e lui andava fuori servizio, in borghese alla caserma per vedere com’era la situazione se trovava il mandato di cattura. Tanto è vero che mio marito è sempre scappato dal mandato di cattura, non si è mai fatto trovare a casa.

Passava le informazioni, sentiva qualcosa delle nuove operazioni. Mio marito si è reso irreperibile anche per le informazioni date da Perticari: un po’ la fortuna, un po’ il brigadiere.

Sulla questione dei pagamenti: «Ho visto i pagamenti e li ho fatti anche personalmente. Nel 2009 ho dato 700 euro. E’ arrivato disperato se non erro per un affitto di casa, non aveva soldi. Mio marito non era presente in casa. L’ho chiamato perché avevo liquidità in casa e mi ha detto daglieli che poi vedo io. E poi un paio di volte 100 euro. Non so se ha passato informazioni anche ad altri appartenenti alla criminalità organizzata. So solo che ho visto con i miei occhi, all’epoca abitavo a via degli stadi sotto Maurizio Rango, io vedevo il brigadiere che era molto spesso e volentieri da Rango, in borghese non so che andava a fare, però. Io l’ho visto da Rango e in più i soldi glieli dava anche Francesco Patitucci tanto che si scherzava “La mattina passa da Patitucci, e poi trovava mio marito al bar e prendeva pure da mio marito. Dagli altri non lo so.

La microspia in macchina

Pasquale Ripepi è il nipote di mio marito. Ho reso dichiarazioni sulla microspia che c’era in macchina sua. Perticari ha avvisato mio marito che c’era la microspia in macchina che veniva utilizzata per portare la droga in giro e mio marito glielo ha detto a Pasquale: “Lino non toglierla, ormai la sai, non parlare in macchina”. Ma Lino l’ha tolta e l’ha rotta.

Sempre la difesa di Perticari, l’avvocato Cinnante nel controesame parte dalla penultima domanda fatta dal pubblico ministero: “ha detto che suo marito avrebbe appreso di una microspia posizionata a bordo della vettura del nipote e lo avrebbe avvisato. Può ripetere cosa avrebbe fatto Pasquale Ripepi?” «Quello che ricordo io – risponde il collaboratore –  quando l’ho avvisò Michele dicendo di non toglierla, Pasquale l’ha presa e l’ha rotta».

Ma la difesa dell’imputato va in aiuto alla memoria del teste perchè nel verbale del 2014, il 20 gennaio viene riportata una versione diversa dalle dichiarazioni rese in aula; dichiarazioni che dopo la lettura il teste riconosce e afferma di essere vere: “Michele riferiva circostanza a Lino che provvede a far bonificare l’autovettura rinvenendo la microspia che portò in questura in senso di sfida, nel senso di far capire che era inutile prodigarsi in tal senso, poiché le attività venivano rinvenute”.

Le notizie veicolate

Ritornando a Perticari – continua la difesa – ci può dire a far data dal 2009 le circostanze relative alla comunicazione di notizie? può riferire a quali notizie avrebbe veicolato a suo marito? «All’epoca dei fatti si trattava del processo Missing – sottolinea la Kopaczynska -. Mi ricordo l’ultimo mandato di cattura il brigadiere è stato fuori servizio, tutta la notte a girare la caserma per il famoso mandato di cattura. E’ venuto la mattina a informato Michele che non c’era niente. Poi è arrivato pomeriggio quel mandato di cattura. Però è stato a guardare se c’erano queste cose, se c’era qualche operazione in corso. Sono venuti a cercarlo ma non l’hanno trovato a casa. Ha fatto latitanza e l’hanno arrestato a luglio e poi il 2010 è uscito».

Il blitz che conosceva tutta la città

“C’è un blitz che interessava suo marito di cui ha dato notizie che poi si sono rivelate veritiere?- domanda la difesa- «Sì, il 15 dicembre 2010, il blitz Telesis in cui sono stata arrestata anche io – risponde la Kopaczynska. Il brigadiere aveva riferito che c’era il blitz ma non si sapeva quando. Però di essere c’era, lo hanno detto tutti quanti, non solo lui, Cosenza era piena di questa notizia.

I soldi pagati per le informazioni

“I soldi che davate al brigadiere Perticari per quello che ha riferito costituivano un vero stipendio o erano soldi che lui chiedeva così?” «No, lui veniva quando aveva bisogno – spiega la moglie del defunto Bruni. Io ero contraria con mio marito perché sono venuta a sapere che aveva il vizio del gioco e stava sempre a giocare. Ma lui mi diceva per il quieto vivere, non ha niente e gli dava questi soldi. Nell’ultimo episodio li ho consegnati io i soldi. Stavo aprendo la pizzeria a Cosenza vecchio e questi 700 euro me li trovavo per pagare acquisti per la pizzeria. Mi sembra 2009 e mi sembra che aveva problemi che doveva pagare una cosa molto urgente. So anche che lui per il vizio del gioco ha avuto un sacco di problemi e dalla casa in affitto se n’è andato in caserma ad abitare.

Quando parlavano loro, Perticari e Michele, ci stavo così, si parlava di cose non serie perché lui veniva in divisa stava tre – quattro ore e si beveva qualcosa con mio marito. In casa discorsi seri non se ne facevano perché non si sapeva mai della microspia. Poi è venuto qualche volta a casa per la morte di mio marito, per un saluto e io gli ho fatto capire che soldi ormai non ce n’erano più.

Anche il presidente del Collegio Carpino chiede chiarimenti in merito ai soldi: “Perché davate dei soldi al Perticari?” «Per avere informazioni – risponde la collaboratrice di giustizia-, qualsiasi cose succedeva in caserma, per vari mandati di cattura se arrivavano, oppure c’era un blitz, se dovevamo scappare». “Ma davate dei soldi anche quando si trovava in difficoltà o li davate soltanto per informazioni? – domanda ancora il presidente Carpino – «Si dava i soldi sapendo che lui poi doveva fare dei favori perché non è che i soldi ci tornavano indietro a noi».

Una informazione “andata in porto”

La difesa ritorna sull’argomento soldi chiedendo un episodio per il quale Perticari disse “Guarda che vi stanno venendo ad arrestare” e Bella Bella ringraziò consegnando i soldi. «Mi ricordo nel 2010 quando ci hanno arrestato a tutti perché mio marito non ci voleva credere: “Ci hanno scarcerato il 13 dicembre e mi arrestano il 15?”. Tutti i nostri ragazzi erano per strada. Perticari è passato da casa. Mi ricordo. Michele era appena uscito dal carcere ed era ai domiciliari e non ho visto se gli ha dato 100 o 200 euro. Mio marito non c’ha creduto a quello che diceva. Ci hanno arrestato la Questura. Era un blitz congiunto tra carabinieri e polizia»

L’ultima domanda della difesa che chiude il processo chiede della scomparsa del cognato e se la Kopaczynska immaginasse gli assassini. «Per la scomparsa di mio cognato l’abbiamo chiamato noi a Nino. Io e mia cognata abbiamo chiamato l’avvocato che mi ha fatto venire Nino sotto casa di mia suocera a Cosenza vecchio. Io pensavo Lamanna, Foggetti e Rango, chi poteva essere; che poi è stata la verità».

 

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