“Sette note”, Cosenza capitale regionale della droga

Ancora una madre coraggio porta alla luce uno scorcio della “Cosenza bene” che nasconde una natura parallela fatta di piazze di spaccio, di assuntori e di famiglie costrette alle minacce ed alle estorsioni per pagare debiti contratti dai figli

 

COSENZA – “Panino, pasticcini, panettone, tartufo, piumata, uva, ecc, per non essere scoperti, un linguaggio convenzionale e ben collaudato, associandolo a prezzi corrispondenti al costo attuale della cocaina e marijuana. Quando la droga era leggera la parola la frase sovente riferita al fornitore era “Acqua chiara compà”. Questi sono solo alcuni passaggi riportati nell’ordinanza dell’operazione “Sette note”, dal nome della strada in cui vive una degli otto indagati a cui vengono contestati numerosi episodi di cessione di sostanza stupefacente (trenta i casi contestati) in particolare cocaina e marijuana. Finiscono in carcere Dimitri Bruno di 30 anni, Maria De Rose, di 48 anni e Riccardo Gaglianese di 25 anni. Ai domiciliari vanno Giuseppe Cristaldi di 37 anni e Marcello Bennardo di 53 anni, Manuel Esposito, ventiquattrenne. Obbligo di presentazione alla Polizia giudiziaria per C.Q. di 26 anni. M.C. attualmente risulta irreperibile (nel collegio difensivo gli avvocati Antonio Quintieri, Ugo Le Donne, Cristian Cristiani, Luigi Leonetti, Perri, Antonio Vanadia).

L’attività di indagine è stata svolta dall’ufficio della polizia giudiziaria – polizia di Stato – della Procura della Repubblica di Cosenza diretta dall’ispettore De Rose sotto il coordinamento del sostituto Procuratore Domenico Frascino titolare dell’indagine e il Procuratore Capo Mario Spagnuolo. La testimonianza della madre della vittima – assuntore –  ha permesso agli inquirenti di ottenere un quadro più ampio e circostanziato della vicenda grazie anche all’utilizzo di intercettazioni telefoniche ed ambientali, pedinamenti e appostamenti che hanno permesso, in taluni casi, di riscontrare l’attività di spaccio posta in essere dagli indagati.

Dunque ancora una madre coraggio mette fine ad una “catena” fatta di spacciatori, piazze e assuntori che ricorrono a minacce anche gravi pur di avere denaro. In alcuni degli episodi di spaccio, da fornitori erano diventati “vittima-assuntore” di droga acquistata da altri indagati. i rispettivi quartieri di residenza che, in alcuni casi erano diventate vere e proprie piazze di spaccio. La maggior parte degli indagati, infatti, avevano messo in atto un sistema collaudato, perlopiù operando direttamente dalle rispettive abitazioni, seppure alcuni sottoposti agli arresti domiciliari.

Durante la conferenza stampa a cui hanno preso parte il Procuratore capo Mario Spagnuolo, l’aggiunto Marisa Manzini, il sostituto Procuratore Domenico Frascino, titolare dell’indagine, l’ispettore De Rose responsabile della polizia giudiziaria della Procura che ha svolto le attività di indagine, è stata illustrata l’operazione che ha fatto emergere per come dichiarerà poi alla stampa il Procuratore capo Spagnuolo come il problema sia più complesso, e si miri alla prevenzione, al sociale.

«L’ennesima operazione in materia di cessione di sostanze stupefacenti questa volta portata avanti dalla sezione di polizia giudiziaria della Procura della Repubblica della polizia di stato, un gruppo limitato di persone ha dato atto della loro capacità investigativa e del supporto essenziale dato dalla squadra mobile che poi è il nostro organo istituzionale di riferimento – dichiara il Procuratore capo Mario Spagnuolo durante la conferenza stampa tenutasi in Procura, a Cosenza-.

E’ un copione che conoscete una mamma che non ce la fa più a sopportare le angherie del figlio che poi va a denunciare e da qui si sviluppa una matassa con varie vicende umane  che vede coinvolte tra l’altro tutte persone con precedenti specifici in materia di cessione di sostanze stupefacenti.

E’ passata poco più di una settimana dall’operazione di Bisignano in tema di cerotti dopanti – sottolinea Spagnuolo -; Cosenza purtroppo è diventata suo malgrado la capitale regionale del consumo di sostanze stupefacenti

L’impegno della Procura è massimo, confortati da una polizia giudiziaria assolutamente qualificata, che sa fare queste indagini, che raccoglie elementi positivi. Le nostre indagini si concludono tutte con sentenze di condanne. Non sono indagini che rimangono fini a se stesse. Siamo impegnati anche nella fase preventiva nella stipula di protocolli anche con le scuole, con la prefettura, con Il sert costituiti da magnifici medici presenti alle varie problematiche. E’ un impegno importante che si estrinseca anche in un coordinamento forte con la procura distrettuale che ha il compito di valutare le condotte più gravi».

«Mi associo con il procuratore nel ringraziare chi ha operato sul campo: la nostra sezione di polizia giudiziaria e la squadra mobile di Cosenza – segue l’aggiunto Manzini alle prole del Procuratore capo-. Il procedimento è stato seguito e diretto dal collega Frascino molto bravo nel tirare fuori gli elementi emersi nelle investigazioni che mostrano ancora una volta la diffusione della droga nel territorio cosentino. Noi parliamo di droga leggera e droga pesante ma in sostanza la droga anche quella leggera è qualcosa di estremamente potente sulla psiche delle persone. A causa della droga leggera vengono posti in essere comportamenti estorsivi che l’indagine ha consentito di evincere anche ai danni dei familiari. Il fenomeno diffuso nello spaccio della droga è un fenomeno su cui non bisogna mai abbassare la guardia».

E tocca al titolare del fascicolo d’indagini – il sostituto procuratore Domenico Frascino – ad illustrare la fase investigativa: «Con poche risorse ma con tanto impegno insieme alla nostra polizia giudiziaria abbiamo raggiunto un ottimo risultato. L’indagine ha preso il nome di “Sette note” perché il luogo in cui dimorava uno dei principali indagati è via Rendano. Il sette è un numero che ritorna perché sette sono state le misure custodiali concesse dal giudice. Le indagini partono in realtà da una denuncia sporta da una madre coraggio esausta delle vessazioni fatte ai danni  del figlio , ai maltrattamenti ed alle estorsioni per acquistare la droga non ce la fa più e decide di denunciare. Dall’altro lato l’amministratrice di sostegno dello stesso soggetto tossico dipendente che denuncia una richiesta di somme superiori rispetto alla reale necessità del soggetto

Da qui è stato Facile orientare le indagini attraverso l’escussione della madre che ha parlato degli ingenti debiti contratti dal figlio, ha dichiarato di avere pagato parte dei debiti e di essere stata contatta telefonicamente dagli aguzzini del figlio. Da qui attività di intercettazione che ha consentito di pervenire all’accusa di estorsione.

Dalle intercettazioni del figlio ricoverato in una struttura del territorio in doppia diagnosi, perché tossico dipendente e malato mentale, si è riusciti ad accertare che lo stesso ricevesse all’interno della clinica sostanza stupefacente. Attraverso una collaborazione dei soggetti che lo fornivano precedentemente e attraverso la collaborazione di un terzo soggetto incensurato con facile accesso alla clinica tramite contratto di lavoro autonomo con la struttura sanitaria privata.

Accertato tramite intercettazioni telefoniche e ambientali che lo stesso soggetto che spacciava in clinica a sua volta era assuntore di stupefacente da parte di spacciatori disponibili, ovvero quando non veniva rinvenuta presso una piazza di spaccio la sostanza si cambiava luogo di rifornimento. L’indagine è stata interessante perché ha consentito di accertare numerose piazze di spaccio a Cosenza».

 

MAMMA CORAGGIO SVELA IL SUO SEGRETO AGLI INVESTIGATORI

A SPIANARE LA STRADA L’AMMINISTRATRICE DI SOSTEGNO DELLA VITTIMA TOSSICODIPENDENTE

Il 4 luglio del 2017 l’amministratrice di sostegno di un giovane affetto da patologie psichiche e, in conseguenza di ciò era ricoverato presso una struttura sanitaria privata, era stata più volte minacciata per consegnargli somme di denaro maggiori rispetto a quelle che sarebbero state necessarie e sufficienti per le sue necessità quotidiane. La stessa amministratrice denunciò che anche la madre del ragazzo lamentava che il figlio voleva soldi per acquistare stupefacenti. Tre mesi dopo la madre confessò ai detective della polizia giudiziaria della Procura della Repubblica di Cosenza che il figlio, sottoposto alla misura di sicurezza di libertà vigilata presso una casa di cura nell’hinterland, tossicodipendente da cocaina, aveva contratto debiti per l’acquisto dello stupefacente da “soggetti pericolosi”  del quartiere San Vito a Cosenza.

Agli inizi del mese di luglio  un giovane con il quale aveva avuto una conversazione telefonica in precedenza, le aveva detto che il figlio aveva un debito di mille euro e che avrebbe rischiato molto se non avesse pagato. Il giovane tossicodipendente per la sua problematica otteneva una pensione di invalidità pari ad 800 euro mensili che venivano gestiti dall’amministratrice di sostegno. Quest’ultima raccontò ancora agli inquirenti che dal mese di febbraio 2017 consegnava tutta la somma di denaro alla madre o al figlio dietro firma di regolare ricevuta ma che il ragazzo la utilizzava interamente per l’acquisto di stupefacente e che continuava a chiedere altre somme di denaro alla madre e alla stessa amministratrice .

 

 

Il giovane assuntore nel mese di maggio chiese alla madre di portare i soldi ad un creditore agli arresti domiciliari. Storia che andò avanti fino al mese di agosto. Precisò all’amministratrice di sostegno che i suoi creditori lo avevano aggredito e picchiato violentemente perchè non stava pagando. La madre del giovane tossicodipendente a luglio del 2017 ricevette una telefonata da un ignoto interlocutore che chiedeva un appuntamento. Il numero di telefono fu riconosciuto dal figlio come il numero di uno dei pusher da cui si riforniva. All’inizio di luglio in via degli Stadi la madre, nei pressi del negozio G22 intorno a mezzogiorno, così come concordato al telefono incontrò un ragazzo accompagnato da una donna che si presentò come madre del giovane. In quell’occasione, con tono minaccioso chiesero la restituzione di mille euro che avevano prestato al figlio: “ho tolto mille euro alla mia famiglia, ho una bambina di 12 anni e mio marito e mio figlio sono in galera”.

La madre del giovane tossicodipendente spiegò di non potere pagare perchè aveva appena saldato un debito di 400 euro con un altro pusher ma di contro la donna le rispose “come ti sei permessa a dare i soldi a lui e non a noi?”. La somma fu saldata in due trance di 600 e 400 euro grazie alla mediazione di una terza persona che sarebbe stato a sua volta uno dei fornitori di droga del figlio. La madre del giovane ha poi fatto i nomi dei pusher che negli ultimi sei anni pagava regolarmente per saldare i debiti del figlio. Il pusher intermediario in una occasione minacciò la donna di saldare il debito : “non salgo sopra a picchiare vostro figlio per rispetto a voi che vi siete messa in mezzo”. La donna fu costretta a consegnare più volte tutta la pensione del figlio al pusher intermediario che divideva con altri spacciatori a saldo dei debiti contratti per saldare il residuo dovuto.

 

L’AMICO CHE LAVORA IN CLINICA

Un rapporto di collaborazione libero che permetteva di far entrare stupefacente in clinica. A volte però dietro minaccia. Il giovane tossicodipendente chiamava il dipendente della clinica che spacciava cocaina e marijuana. A novembre del 2017 in una conversazione chiedeva “un panino” al costo di venti euro. A volte il dipendente era minacciato “dal paziente” di rivelare fatti al medico che avrebbero potuto pregiudicare la sua posizione lavorativa in clinica. Altre volte lo minacciava di far venire la fine del mondo “a fine du munnu” se non gli portava il panino in serata per la somma di 50 euro che gli aveva anticipato. Panino che poi si trasformerà in “panettone” quando il giovane tossicodipendente avverte il pusher della “clinica” che ha ottenuto un permesso di tre giorni a Natale per tornare a casa

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