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«Processate Vecchione, Carotenuto e Falanga»

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COSENZA – Falsi benefattori. Al termine dell’intensa attività investigativa, coordinata dalla Procura della Repubblica di Cosenza, il procuratore aggiunto Domenico Airoma e il pm Paola Izzo, hanno

chiesto il rinvio a giudizio per Gianfranco Vecchione, classe 59 di Cosenza, Giuseppe Carotenuto, anche lui di Cosenza, e di identica età del precedente e Giovanni Falanga, del ’53 di Cosenza. I tre, rispettivamente direttore generale dell’Opus Homini, presidente della medesima associazione e presidente della “Finlaboro”, secondo l’accusa hanno costituito un modello associativo,

funzionale ad acquisire, fraudolentemente, la disponibilità di ingenti somme di denaro, teoricamente messe a disposizione di persone in carenza d’ossigeno economico, che, invece, finivano nelle loro tasche. . Non solo, secondo gli accertamenti della Procura, i tre, nel mettere in piedi il loro disegno criminoso, hanno utilizzato, con artifizi e raggiri, false lettere bancarie di rigetto delle richieste di finanziamento assistite da garanzia del Confidi, per un valore pari al 50% dell’importo complessivo, non solo, nelle undici pagine di richiesta di rinvio a giudizio, inoltrata dai titolari del’inchiesta al gip Salvatore Carpino, si legge ancora che «con ulteriori artici e raggiri, hanno simulato la condìzione di elevato rischio finanziario delle imprese richiedenti, nel fingere lo stato di merito creditizio e quindi – si legge ancora – di illiquidità economica e di prossimità di fallimento». Così come, con lo stesso sistema criminoso, predisponevano, nel prospettare la necessità di erogazione, a favore del Confidi, da parte dei beneficiari, di un contributo, in realtà, non dovuto, per le spese di istruttoria oscillante fra il 5 e il 10% dell’importo da finanziarie. Sempre secondo questa condotta criminosa, basata su raggiri e artifizi, secondo il procuratore aggiunto Domenico Airoma e il sostituto procuratore Paola Izzo, i tre, inducevano in errore il Ministero delle Finanze e dell’Economia in ordine alla ricorrenza dei presupposti normativi di fruizione dei fondi Antiusura. Non solo Gianfranco Vecchione, abusando del suo titolo di direttore generale dell’Opus Homini, non esitava a chiedere prestazioni sessuali ad una donna che si era rivolta alla Confidi, come gesto di “interessamento, per il suo impegno nel facilitare l’erogazione della somma richiesta. La donna, infatti, denunciava le insistenti avances dell’uomo, riferendo che, in più di una circostanza, Vecchione le avrebbe ripetuto: «Sai che mi sei sempre piaciuta, perché non balliamo?» E ancora non limitandosi solo alla richiesta di attenzioni, ma anche nel toccarle con insistenza le parti intime, arrivando, perfino, a simulare l’atto sessuale. Non solo il direttore generale dell’Opus Homini, avrebbe intensificato le sue avances, tentando non solo di baciare  e farsi baciare dalla donna, ma esternandole anche il fatto di desiderarla. La richiesta di rinvio a giudizio che, riporta pesanti indizi di colpevolezza a carico dei tre, verrà discussa il prossimo 8 novembre, nel corso dell’udienza preliminare davanti al gip Salvatore Carpino. I tre sono difesi dagli avvocati Franco Locco, Emiliano Iaquinta e Carlo Salvo
L’ARRESTO: All’alba del 26 gennaio Giuseppe Carotenuto, 52 anni, venne arrestato, assieme ad altre due persone, Giovanni Falanga e Gianfranco Vecchione con l’accusa di associazione a delinquere, truffa e peculato. I tre, ricoprivano incarichi in due consorzi di garanzia dei fondi fidi che si occupano di fare da garanti presso le banche, grazie a  stanziamenti del ministero dell’Economia, per la concessione di fidi a piccole e medie imprese e a soggetti vittime di usura. Secondo l’accusa, i tre, si sarebbero appropriati di una parte dei finanziamenti ricevuti dalle aziende, alcune delle quali, senza il loro intervento, non avrebbero potuto beneficiare dei fidi. In alcuni casi, inoltre, si sarebbero fatti pagare delle commissioni non dovute dai beneficiari dei fidi. Complessivamente i tre si sarebbero impossessati di circa 500mila euro. Carotenuto, dal 2009, è consigliere alla Provincia nel gruppo ”Calabria riformista”. Per alcuni mesi, alla fine del 2010, è stato anche consigliere comunale a Cosenza subentrando a un consigliere dimissionario e in quella occasione annunciò l’adesione al Pdl. Alle comunali del 2011 si presentò con la lista “Scopelliti Presidente” senza venire eletto. Carotenuto non è l’unico, tra i personaggi coinvolti nell’inchiesta, ad avere un passato in politica. Non a caso, «commercialista e uomo di politica» era lo slogan con cui si presentava, sul suo sito web, Giovanni Falanga, che è stato coordinatore cittadino dell’Italia dei valori a Rende fino al 2010. Falanga, da sempre in prima linea nella battaglia politica contro la maggioranza a guida Pd della città d’Oltrecampagnano, è successivamente uscito dal partito di Di Pietro, candidandosi in una lista civica nelle elezioni amministrative del maggio 2011. Gianfranco Vecchione è invece il fratello di Stefano, anche lui inpegnato politicamente: già segretario del IV circolo del Pd di Cosenza è poi transitato nell’Api, diventandone il segretario cittadino.

IL SISTEMA: Avrebbero assegnato fondi antiusura sulla base di documentazione attestante il rischio finanziario, risultata integralmente contraffatta. È questa l’accusa contestata al consigliere provinciale Carotenuto, di 52 anni, arrestato assieme a Gianfranco Vecchione (52) e Giovanni Falanga (56), a cui sono stati concessi di domiciliari. I carabinieri hanno anche eseguito perquisizioni nelle abitazioni di alcuni dirigenti di banca. I documenti, secondo l’accusa, consistevano in lettere di istituti di credito con le quali veniva rigettata la richiesta di mutuo. «I beneficiari – ha detto il procuratore di Cosenza, Dario Granieri illustrando i particolari dell’operazione – erano del tutto arbitrari. Scelti sulla base di criteri di natura prettamente clientelare e del tutto arbitrari. Sono state, inoltre, applicate ed incamerate commissioni non dovute, oscillanti fra il 5 e il 10% dell’importo garantito. In molti casi i beneficiari dei prestiti hanno dichiarato di avere utilizzato i prestiti antiusura per le ragioni più svariate, fra cui l’investimento per acquisto di immobili, per favori personali o altro. Nulla di più lontano dalle difficoltà finanziarie richieste per legge». «In un contesto quale è quello di Cosenza – ha aggiunto Granieri – dove più dell’80% degli operatori commerciali hanno denunciato, come si evince da un’indagine della Confcommercio, di avvertire il peso soffocante dell’usura, la strumentalizzazione dei fondi antiusura per fini privati integra non solo precise condotte criminose, ma rappresenta un grave vulnus alla fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Le indagini condotte dai carabinieri della sezione di polizia giudiziaria della Procura sono scattate in seguito a segnalazioni pervenute dal ministero delle Finanze e riguardano l’utilizzazione, negli anni 2009 e 2010, dei fondi antiusura previsti dal legislatore e destinati dal ministero dell’Economia alle piccole e medie imprese ad elevato rischio finanziario.

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Marco Garofalo

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